domenica 31 luglio 2022

AL CIRCOLO DEI POETI

Nel più esclusivo circolo dei poeti della città, Aldebran Corriman spiegava al giovane
Peter Bredford i comportamenti consoni da adottare davanti a un anziano membro del
circolo, ma nello stesso tempo tratteggiava i caratteri di ogni singolo poeta, con spirito
aristocratico e caustico, fumando le sue sigarette slim con superbia e delicatezza.
Peter Bradford, giovane poeta in erba, ascoltava con emozione e un certo imbarazzo
le rivelazioni di Corriman. "Caro Peter, vedi quel signore con giacca azzurra e pantaloni
di lino bianco? Lo vedrai sempre con un bicchierino di cognac in mano, si chiama
George Tips, lo avrai sentito nominare in qualche rivista di settore, dice che beve
per ricordare, ed è soprannominato "il colombiano" perché ha una passione per le
donne rifatte, tette e culi rifatti, labbra rifatte, minigonne e tacchi a spillo, e le preferisce
con una striscia di coca sul ventre tatuato, sniffa e le scopa, sniffa e le scopa, e ogni
tanto scrive qualche verso di cui nessuno si ricorderà mai, a lui le donne angelicate
fanno venire l'orticaria, bel tipo di poeta, non credi?". Corriman osservava il volto
di Peter Bredford, cercando di capire che effetto facessero le sue parole su quel giovane
e promettente astro della poesia contemporanea. "Quello col panama in testa, quel
signore di mezza età, si chiama Richard Flour, lo vedi tutto arzillo perché gli hanno
appena tolto un calcolo al rene che lo faceva soffrire, è un uomo generoso, offre
da bere sempre a tutti, ha scritto qualche verso valido ma niente di che, però è un
tipo simpatico, ci puoi scherzare assieme e non ti giudica mai, lui ascolta, medita,
e poi ti sorride, è uno che sa stare nel suo e non ti disturberà mai se tu non vuoi."
Aldebran Corriman prese per il braccio Peter Bredford e lo condusse nel giardino
fiorito e ben curato del circolo, gli indicò una donna con i capelli arruffati e un rossetto
troppo vistoso sulle labbra. "Quella è Angela Lindell, una grandissima poetessa,
non conosciutissima, ma secondo me è una delle migliori della sua generazione,
ha scritto un verso sublime che recita così -l'amaca pietrificata della sonnolenza
nel meriggio dell'innocenza-, anche lei è simpatica, è una divoratrice di uomini,
i poeti in erba come te sono i suoi preferiti, se ti piace è tua, quando vuoi, non
è male a letto, io l'ho scopata, fa di tutto, non si fa problemi, non ha inibizioni
di alcun tipo, insomma, ci siamo capiti ragazzo". Poi Aldebran Corriman strinse
la mano a un signore dall'aspetto anonimo, non aveva nulla di particolare, solo
la montatura degli occhiali faceva colpo, era dorata e rossa, con le stanghette
di zanna di elefante, Corriman scambiò due parole di cortesia e passò oltre.
"E quello chi è?" chiese incuriosito Peter Bredford. Corriman si fermò, si lisciò
la barba bionda, e dopo un breve e intenso momento di silenzio disse: "Quello è
Zigger Zigger, meglio starci alla larga, non dargli troppa confidenza, si dice che
abbia divorato sua madre, non ha scritto un verso in vita sua, ma ha compiuto
un gesto di una poesia infinita: cannibalismo materno, per l'appunto. Più che
un uomo è una leggenda, è temuto da tutti, alle dieci in punto di sera scompare,
nessuno sa dove vada, nessuno ha mai parlato con lui dopo le dieci di sera".
Peter Bradford ebbe un malore e svenne sull'erba bagnata. Corriman strizzò
l'occhio a Zigger Zigger "abbiamo spaventato un altro pivello, questi scrivono
due minchiate e si credono poeti, che dici amico mio?" , Zigger si avvicinò al
ragazzo svenuto, lo guardò con commiserazione, e poi sputò un osso di pollo.


ARTURO MERAVIGLI

Arturo Meravigli era un uomo insensato, ed era felice. Non ci sarebbe molto altro da dire,
quando uno è felice è felice, e poi le persone felici sono noiose, ma la felicità di Arturo era
una sorta di condanna, di condanna fisiologica, e questo particolare lo rendeva interessante.
In realtà non aveva alcun merito, era costretto a essere insensato, appena faceva qualcosa
di sensato vomitava, conati di vomito terribili, la sua insensatezza era una specie di cura,
di salvezza dal vomito. Arturo faceva cose completamente insensate: metteva da parte i
soldi per la vecchiaia, per esempio. Teneva in cantina delle bottiglie per le grandi occasioni,
altra cosa insensata. Posticipava la vita, nulla di più insensato. Arrivò pure a sposarsi con
Flora e a considerare quel giorno il più bello della sua vita. Fece pure una figlia con Flora: 
Annalisa. Lavorava otto ore al giorno, delle volte anche nei weekend, e tutto questo per
avere una vita dignitosa, una vita di benessere, e risparmiava anche per il futuro della figlia.
C'è nulla di più insensato? Noi non lo crediamo. Sposarsi, che follia! Vedere invecchiare
una donna, giorno dopo giorno, fino al famoso bicchiere con dentro la dentiera. Privarsi
di una Ferrari o di una Maserati per il futuro di uno spermatozoo uscito dal suo pisello?
C'è nulla di più assurdo? E tenere delle bottiglie per le grandi occasioni? Ma svegliarsi
ogni mattina non è già l'occasione più grande che ci sia? C'è bisogno di altro? Eppure,
in un lontano passato, Arturo aveva passato le giornate a vomitare, riteneva giusto e
naturale comportarsi in modo sensato, vale a dire: essere libero di scopare tutte le donne
che poteva scoparsi, senza legami e senza responsabilità, non lavorare, vivere solo di
di eredità (per sua fortuna era l'unico figlio di un famoso ingegnere), bere le bottiglie
per le grandi occasioni il giorno stesso in cui le comprava, poi fumava, frequentava
cattive compagnie, si divertiva, andava a letto tardi, ma la mattina si svegliava nel vomito.
Fu una questione di igiene alla fine, tutta quella sensatezza lo faceva stare male e lo
sporcava, sporcava le sue coperte, il suo pigiama, i suoi vestiti, il suo pavimento.
Un giornò vomitò durante un'orgia e tutti lo cacciarono via a pedate, insultandolo.
Arturo fu costretto a diventare una persona insensata: famiglia, lavoro e responsabilità.
Il vomitò sparì. Sparì anche la vita, il senso di ogni vita: sparì la libertà. E finalmente,
dentro questo vortice di insensatezza, Arturo diventò una persona felice, noiosa e
soprattutto senza vomito. Un pomeriggio sua figlia Annalisa lo prese in disparte e gli
disse: "Papà, non dire nulla a mamma, ma sono una puttana e una drogata, ci tenevo
a dirtelo". Arturo Meravigli vomitò su sua figlia, e per un attimo si sentì di nuovo
libero, grazie alla meravigliosa Annalisa, alla sua meravigliosa figlia puttana.
 

GIANNI SBRUGO

Gianni Sbrugo era un bravissimo idraulico ma faceva parte della setta dei testicoli alati.
In pratica era un idraulico non scopatore. Le donne però impazzivano per lui.
Una addirittura gli disse "Sbombolami il culo" "Signora? No, mi scusi, faccio parte
della setta dei testicoli alati, non posso, sono dispiaciuto, mi creda". Una mattina
di novembre inoltrato, Gianni Sbrugo rientrò a casa per un imprevisto e trovò la
moglie a pecorina e dietro la moglie un altro idraulico che però faceva parte della setta 
dei testicoli terrestri. "Ma io ti conosco, tu sei Alan Drillo, fai parte della setta
dei testicoli terrestri" "Sì, e tu devi essere Gianni Sbrugo e fai parte della setta
dei testicoli alati, come stai?". La moglie di Gianni stava proprio per venire e
chiese ai due idraulici di sbrigare i convenevoli dopo l'orgasmo. A orgasmo avvenuto,
i due idraulici si sedettero in salotto a discutere di filosofia idraulica, entrambi
mettevano in evidenza i limiti e i pregi delle rispettive congregazioni idrauliche.
La moglie di Gianni Sbrugo servì del tè con i pasticcini. "A me un goccio di latte,
grazie signora". Bisogna riconoscere che erano idraulici educati, sia gli alati che
i terrestri. "Sai, molti testicoli alati ci invidiano, ma non è così invidiabile la nostra
setta, certo le occasioni di piacere non mancano, anche di piacere estremo, come
poco fa con la tua signora, ma non ti dico, alcune donne si attaccano come zecche,
non ti lasciano in pace, una mi è venuta anche sotto casa a fare una scenata, una
cosa molto imbarazzante, se penso ai miei vicini che hanno sentito tutto...".
"Ti capisco Alan, ed è proprio per evitare questi problemi che noi testicoli alati
abbiamo scelto il misticismo idraulico, però è una scelta difficile, sai, siamo fatti
di carne e tubature anche noi!" I due idraulici si salutarono come vecchi amici.
"Cara, hai fatto la monella stamattina con Alan Drillo, però ti capisco, non posso
biasimarti più di tanto" "Amore mio, è stato lui a uscire fuori il coso, e aveva
un cosone, mai visto prima, 23 cm di cosone, sarebbe stato un peccato rifiutare"
"Mi rendo conto amore, mi rendo conto". Gianni salutò frettolosamente la moglie,
aveva una chiamata urgente "Ora devo andare cara, ci vediamo stasera". 
Suonò alla porta della signora Martina Ocampo, una bionda, vedova, con le
tette strabordanti, e per la seconda volta nel giro di pochi giorni Gianni sentì la frase
"Sbombolami il culo". Evidentemente era una frase che stava prendendo piede.
Una frase alla moda. Ma questa volta Gianni Sbrugo non disse che apparteneva
alla setta dei testicoli alati. Si tirò giù i pantaloni e disse: "Sì, te lo sbombolo".

MARILISO SETTEMBRINI

Mariliso Settembrini era un muratore, un muratore gentile. Era anche un puttaniere, un puttaniere
gentile. Anche il suo aspetto era gentile e raffinato, e aveva la passione insolita per la poesia.
Insolita per un muratore, ma non per un muratore gentile e raffinato come Mariliso. La notte,
dopo avere dismesso i panni pieni di calce del muratore, Mariliso si vestiva elegantemente, con
l'immancabile papillon rosso fuoco, e usciva per andare a puttane, sulla sua utilitaria giallo
canarino. C'erano due cose che amava follemente: le puttane e i lampioni. La relazione mistica
tra le puttane e i lampioni, la solitudine che emanavano in un perfetto equilibrio cosmico.
Aveva il suo viale preferito, un viale lunghissimo con tanti lampioni e tante puttane. Non faceva
tanti giri, si fermava alla prima che incontrava, una valeva l'altra, rallentava, tirava giù il
finestrino e sussurrava: "Signora puttana, io amo la sua solitudine illuminata da un'altra
solitudine, quella del lampione, ci ha fatto caso che i lampioni non possono abbracciarsi?
Un destino che condividono con gli alberi, come diceva anche il grande poeta Piero Ciampi".
La signora puttana restava perplessa, tutte restavano perplesse, sgranavano gli occhi truccati,
e poi dicevano sbrigativamente "bocca, fica, culo" con la cifra assegnata dai papponi.
Mariliso ci restava sempre male, non tanto, quel pochetto di male che aggredisce solo i
bottoni della camicia e nulla più. "Signora puttana, e per un abbraccio, una carezza, un
sorriso, quanto mi chiede?". "Vai a farti fottere brutto pervertito". L'utilitaria di Settembrini
era piena di ammaccature, con i segni delle pedate delle signore puttane. La mattina dopo
tornava a vestire i panni del muratore. La sua vita è tutta qui, quasi tutta qui. A 68 anni
Settembrini fece una cosa che stupì il mondo intero, e per mondo intero intendiamo quelle
poche persone che avevano una vaga idea della sua esistenza. Andò a vivere a Malibù.
Visse come un milionario per 5 mesi, usando i risparmi di una vita, poi fece il barbone
(in America hanno la gentilezza di chiamarli homeless) e una notte venne ucciso a coltellate
da un serial killer di nome John Utter Junior. Era una notte di luna piena a Malibù e
Mariliso morì dissanguato sotto la luce di un lampione, la cosa triste è che non poterono
abbracciarsi, e per un motivo semplice: i lampioni non hanno le braccia. Così stanno le cose.

sabato 30 luglio 2022

GLI GLI

Ingrid, detta Gli Gli (con la g dura), era una ragazza piena di lentiggini e vivace (chissà
perché le ragazze piene di lentiggini sono sempre vivaci...forse è un omaggio a Pippi
Calzelunghe?), andava in bici, in moto, si lanciava in caduta libera col paracadute e
frequentava tre ragazzi alla volta. Con Marco era amore vero, con Flippo sesso vero e
con Giorgio non si capiva bene che cosa fosse, ma facevano sesso ogni tanto. 
Gli Gli faceva tutto alla luce del sole (anche al chiaro di luna), e nessuno soffriva, persino
Marco era d'accordo con la natura libera di Gli Gli e non aveva nulla da rimproverarle.
Marco si innamorò di Gli Gli vedendola cavalcare a pelo un puledro nero e bizzoso.
Filippo si appassionò a Gli Gli quando lei gli succhiò all'improvviso i lobi delle orecchie,
ancora non si conoscevano, lui passava, Gli Gli era seduta al tavolino di un bar, si
alzò e fece quello che vi ho appena detto. Giorgio fu conquistato da Gli Gli a prima
vista, la vide accarezzare un barbone che dormiva per terra, e quel gesto lo colpì.
Un giorno Gli Gli si lanciò dall'aereo ma dimenticò di mettersi il paracadute, era
una ragazza vivace ma distratta, pensava sempre ad altro, e mentre precipitava si disse
"Caspiterina, ho dimenticato di mettermi il paracadute!". Per fortuna atterrò su una
montagna di fieno che attutì la caduta e non si fece nulla. Si ravviò i capelli, con un
filo d'erba in bocca fece un giro per la campagna. Incontrò un contadino di nome
Pietro, e gli disse "Sei tu che hai fatto quella montagna di fieno?" "Sì, sono io" "Beh,
mi hai appena salvato la vita, ci sposiamo?". Pietro e Gli Gli si sposarono in fattoria.
Al matrimonio vennero anche Marco, Filippo e Giorgio, e nessuno era triste, perché
Gli Gli metteva allegria, perché Gli Gli era Gli Gli e nessuno si sognava di criticarla.
Pietro e Gli Gli fecero tre maschietti e li chiamarono Marco, Filippo e Giorgio.
Vissero felici e contenti per tutta la vita e fu una vita intensa. Ogni tanto Gli Gli
prendeva la moto e fuggiva, ma tornava sempre, sempre, con un filo d'erba in bocca.

LO ZOMBIE INVISIBILE

Nello studio del produttore cinematografico Papetti, un ragazzo aveva dieci minuti
per raccontare al volo il suo soggetto. Papetti, gambe sulla scrivania e sigaro in bocca
(come nel più trito degli stereotipi), lo fissava attraverso una densa nuvola di fumo.
"Forza ragazzo, sputa, ho poco tempo, anzi: tu hai poco tempo, incuriosiscimi!"
Il ragazzo deglutì, poi sorrise e infine esplose: "Uno zombie, ma uno zombie diverso,
uno zombie invisibile! Uno scienziato riesce a trovare la formula dell'invisibilità,
e diventa invisibile, solo che non riesce più a tornare indietro, resta invisibile,
una mattina ha un incidente e muore, dopo morto risorge come zombie e va in giro
a divorare la gente, completamente impazzito!". A Papetti si illuminò lo sguardo,
aveva gli occhi azzurri, di un azzurro feroce. "Mi piace, mi piace ragazzo, un zombie
invisibile! Questa non l'avevo mai sentita! Ne ho sentite di tutti i colori, anche le
pecore carnivore hanno fatto, ma uno zombie invisibile non credo, è una tua
idea ragazzo?" "Tutta mia mister Papetti, ci può giurare, e questo zombie lo
spettatore non lo vedrà mai, tutto in soggettiva e le persone perderanno brandelli
di carne all'improvviso, dal nulla! Morsi dal nulla!" "Fantastico ragazzo, ho già
in mente il regista giusto, con 20 milioni di euro lo realizziamo, ti do una percentuale
sugli incassi e subito un assegno di 200 mila euro, ti sta bene?", il ragazzo non
credeva alle proprie orecchie, aveva sempre creduto alle proprie orecchie ma quel
giorno no, non poteva crederci, 200 mila euro? incredibile, se non avesse avuto
ancora un minimo di ritegno, si sarebbe messo a saltellare nell'ufficio di Papetti.
A un certo punto Papetti divenne serio, schiacciò il sigaro nel portacenere e chiamò
la sua segretaria "Signorina Brown venga subito, accompagni alla porta l'idiota
che è con me nell'ufficio". Il ragazzo sbiancò in viso, e riuscì solo a balbettare
"ma...mmmm...ma...nnn non ff farr farà mm mica sul sss serio?", la signorina
Brown gentilmente lo prese sotto il braccio "venga con me, venga con me" e
lo accompagnò fuori dall'ufficio, poi indicò l'ascensore e disse "Vada via".

UNA COPPIA ESTREMA

Giulio Metamorfo e Armanda Oblata erano una coppia stranissima. Giulio lavorava in un obitorio
e vedeva e toccava morti su morti, mentre Armanda era una levatrice e vedeva e toccava neonati.
Sarebbe meglio dire che erano una coppia estrema: gli estremi della vita in loro si congiungevano.
Giulio arrivato a sera non sopportava più i morti e aveva bisogno di vivi, di uscire con gli amici,
di vedere esseri umani in movimento, la bella confusione, il caos energetico della vita. Giulia
invece aveva bisogno di silenzio, di quiete e di riposo, i neonati hanno un difetto: strillano.
Quindi la sera Giulio usciva e Armanda restava a casa, ma questo non intaccava il loro rapporto.
Spesso Giulio tornava a casa ubriaco e si tuffava vestito sul letto, Armanda si svegliava, lo guardava,
Giulio sembrava un morto, aveva un modo di respirare impercettibile, lei posava l'orecchio sul
suo petto e il muscolo cardiaco in attività la rassicurava, poteva riaddormentarsi serenamente.
"Stanotte ho sognato di fare partorire una donna cadavere, il bambino nasceva muto e nero come
il carbone" "Armanda, che sogno orribile, mi fai andare di traverso il cornetto alla crema!".
Giulio faceva la doccia insieme ad Armanda, scopavano, e Armanda partoriva sempre un orgasmo.
Un giorno Giulio tolse il lenzuolo da una donna fredda e bianca e si innamorò come mai si era
innamorato in vita sua. Con una scusa si assentò dal lavoro, comprò un mazzo di rose rosse e
le portò al cadavere donna che non ebbe alcuna reazione. I colleghi lo fecero licenziare e Giulio
finì per qualche tempo in una clinica psichiatrica. Quando uscì dalla clinica trovò Armanda ad
aspettarlo, l'aveva perdonato, gli disse che non riusciva a essere gelosa di un cadavere donna.
Quella notte, dopo una cena a base di tacchino freddo e spinaci, Giulio strangolò Armanda.
Si dice che quando moriamo la nostra vita ci passi in un lampo davanti agli occhi, Armanda,
mentre le mani di Giulio erano strette sul suo collo, rivide tutti i neonati che aveva aiutato a
venire al mondo, fu una specie di allucinazione, anche uditiva, era tutto uno strillare nella sua
testa, ueeeee ueeeee ueeeee ueeeee, migliaia di neonati urlanti mentre lei stava soffocando
nel silenzio di quella camera da letto, mentre Giulio la stava fissando negli occhi, con amore.

venerdì 29 luglio 2022

ALCESTI GRULLINO

Alcesti Grullino non era un uomo superficiale, di più, molto di più.
La sua mente era strutturata in base ai programmini giornalieri: domani
mi alzo presto, faccio colazione con cornetti e biscotti, poi mi riposo,
la colazione stanca, dopo faccio la doccia con il bagnoschiuma al sandalo,
poi telefono a Luca che è sano, invece Alfio che è malato non lo chiamo,
poi vado a fare la spesa e compro le cose care, e poi mi compro dei
vestiti belli...poi la sera scelgo un ottimo ristorante di pesce...e andava
avanti così, giorno dopo giorno, in tv guardava sempre e solo gli spot
pubblicitari dove tutti ridono e sono belli, ma anche fra gli spot, se
si imbatteva in uno spot contro la diarrea cambiava subito canale, non
voleva sentire parlare di morte, disturbi o malattie. Anche le pubblicità progresso 
contro la fame nel mondo, con tutti quei bambini emaciati, con quegli
occhioni che ti fissano e cercano di farti venire i sensi di colpa, dio mio,
Alcesti Grullino odiava quella robaccia sentimentale. Un giorno litigò
alla cassa di un supermercato con un pensionato, spiando nel carrello
del povero pensionato aveva notato l'assenza di bottiglie di champagne,
allora Alcesti non riuscì a trattenere lo sdegno e così apostrofò il
pensionato: "Ma come è possibile? Nemmeno una bottiglia di champagne?
Che cazzo è la trota salmonata? Ma si compri un salmone scozzese, e
poi il succedaneo del caviale? ma si vergogni! Lompo? Ma siamo matti?
Che cosa ha contro lo storione? Costa troppo? E in tutta la sua vita di
merda non è riuscito a risparmiare dei soldi per vivere bene e con
prodotti di qualità? Che fa? Tiene i soldi per i suoi nipotini di merda
che quando cresceranno neanche la saluteranno più?", e il povero
pensionato, stordito da tutta quella aggressione verbale, si mise pure
a piangere, mentre Grullino usciva disgustato dal supermercato.
E venne il giorno in cui un medico gli disse: "Tumore maligno".
Alcesti si alzò di scatto e schiaffeggiò il medico "Ma come si permette?
Stronzo! Io adesso me ne torno a casa a farmi spaghetti alla bottarga
di muggine, quella buona, quella vera, quella costosa, e il suo tumore
maligno se lo può ficcare anche nel culo!" "Guardi che il tumore è
suo" replicò il medico con il volto ustionato dallo schiaffo. Alcesti
Grullino non voleva saperne di chemioterapia, di sofferenza o altre
seccature, tutto questo contrastava con il suo mondo confezionato.
Quella non era la realtà, la realtà non è la realtà, la realtà è quello che
io sono, quello che io voglio, quello che io desidero, così pensava Alcesti.
E bisogna dargli atto che non si curò, che mise sotto il tappeto il suo
tumore. Si lasciò divorare dal cancro, senza opporre resistenza, tra
bottiglie di champagne e caviale, continuando a vedere i suoi adorati
spot dove tutti ridevano e tutti erano belli e sani. Iniziò a dimagrire,
a vomitare, a soffrire atrocemente, e morì sul divano di casa, con
un salmone scozzese sul piatto, e un Dom Pérignon Brut Vintage
appena stappato. Alla tv stavano mandando lo spot della diarrea, ma
non riuscì a cambiare canale, gli mancarono di colpo le forze.

GIGI E ATHOS

Gigi era un ragazzo di Fucecchio, occhi azzurri e congiuntivite cronica,
era allegro, spensierato e coraggioso, guidava una cabrio guardando 
più il cielo che la strada, ma non fece mai un incidente perché in Gigi
c'era qualcosa di magico, forse era il suo modo di ridere, non so, ma
sentivi che non poteva capitargli nulla di male, né a lui né a chi gli
stava accanto. Athos era un rottweiler di 97 chili, occhi bovini e ringhio
da fare accapponare la pelle e le stelle. A Gigi un giorno capitò questo:
si trovava nel giardino di un amico, Athos era il rottweiler dei vicini,
ma non si trovava nel giardino dei vicini, il cancelletto era aperto e
Athos apparve davanti a Gigi e al suo amico, l'amico restò pietrificato,
anche perché aveva una cicatrice sulla schiena, erano ancora evidenti
i segni dei denti di Athos. Era stato già morso. Mentre Gigi no.
Athos non aveva un aspetto amichevole, per nulla. Era estate. Una
bellissima giornata di sole. Gigi senza pensarci un secondo si
avvicinò ad Athos, arrivò a pochi centimetri, con i suoi occhi azzurri
lo fissava in un duello all'ultimo sguardo, Athos non sembrava intimidito,
stava al gioco, si fissarono per lunghissimi attimi di terrore, poi Gigi
gli urlò "Vai fuori! Subito!". Athos indietreggiò mostrando i denti,
Gigi si avvicinò ancora, sapeva che non doveva dargli le spalle per
non essere aggredito "Ti ho detto fuori! Sciò!". L'amico tratteneva
il fiato, teso, impaurito. Athos cedette e rientrò nel giardino dei
vicini passando dal cancelletto aperto. Gigi richiuse il cancelletto.
Si avvicinò all'amico ridendo e gli disse "Hai una birra? Mi è venuta
sete!". Quell'amico ero io, e di Gigi non so più nulla, che fine
avrà fatto? Gli sarà passata la congiuntivite? Sarà per sempre
il mio eroe, quando uscivamo la sera sulla sua cabrio, non avevo paura,
anche se Gigi guardava il cielo mentre guidava, forse cercava la sua 
stella, chi può dirlo? ma io vicino a Gigi mi sentivo al sicuro.


SANTI ELMO

A Santi Elmo era capitato di tutto nella vita, eppure non era capitato niente.
Si innamorò perdutamente di una donna, e dopo due giorni di fidanzamento
la lasciò perché non voleva seccature future: figli, matrimonio, dentiere.
Un zio d'America gli aveva lasciato una cospicua eredità da stare tranquilli
per molti anni, ma Santi Elmo non voleva seccature legate ai soldi, soprattutto
richieste d'aiuto da parte di amici in difficoltà, quindi lasciò tutto ai poveri.
Gli era venuto un cancro, i medici lo davano per spacciato, ma guarì in un tempo
relativamente breve, senza eccessive sofferenze. Insomma, a Santi Elmo
interessava solo la tranquillità, non altro. In autostrada ebbe un incidente
gravissimo, lui lo chiamava "il mio incidente immortale", infatti ne uscì
illeso, senza nemmeno un graffio, anche se la macchina si accartocciò tutta.
Una mattina gli venne un'idea rivoluzionaria in grado di cambiare la storia
dell'umanità, ma Santi Elmo non ne fece parola con nessuno, la tenne per
sé. Non voleva seccature, nessun clamore, solo pace e tranquillità. Un
giorno, mentre era in vacanza negli Stati Uniti, trovò in un fiume una
pepita d'oro enorme. La lasciò nel fiume. Durante una gita in barca si
tuffò in mare aperto, uno squalo bianco gli passò vicino senza nemmeno
notarlo. Per non parlare di quel coccodrillo che divorò solo il portafoglio
in pelle di coccodrillo di Santi, mentre lui era già al sicuro. Quindi tra la sua 
fortuna e la sua volontà di tranquillità Santi Elmo fece una vita normalissima,
quasi noiosa, ma a lui piaceva così. Morì proprio perché non poteva farne
a meno, ma a Ferragosto, e nessuno andò al suo funerale, e fu un funerale
perfetto, in linea con la sua vita. Pace, tranquillità, e una decorosa solitudine. 


giovedì 28 luglio 2022

GILDO TORTONA

Gildo Tortona lavora da anni al Pio Albergo Trivulzio, la casa di cura per anziani di Milano.
Nel tempo libero va a cucinare in casa di amici, muovendosi con le sue biciclette di terza mano,
non ha mai avuto la patente, e ne va fiero. Nessuno degli amici ha mai osato confessargli che
non sa cucinare, anche se ogni tanto azzecca un piatto, tipo il pollo con yogurt e birra che fu
premiato in un concorso di cucina addirittura dallo scrittore Mario Soldati, e anche di questa
cosa ovviamente ne va fiero. Pur essendo un semplice operatore sanitario, Gildo Tortona ha circa
400 mila euro in banca, non ha la patente, non ha mai offerto un caffè agli amici, ha sempre
fatto la spesa con prodotti a metà prezzo, pochissimi viaggi in vita sua, se va in un ristorante
si tratta sempre di una trattoria popolare, si veste al mercato, non ha grilli per la testa, ed
ecco spiegati tutti quei soldi sul conto. Non va al cinema e non va a teatro, non compra libri.
Per essere felice gli basta un bicchiere di vino (quello dei bottiglioni) e un piatto di pasta al
sugo. Potrebbe sembrare una persona meschina a raccontarlo così, invece Gildo Tortona ha
una sua grandezza. "Gildo, raccontaci che cosa è successo oggi al lavoro nel reparto malati
di Alzheimer", gli chiedono gli amici per esorcizzare la paura di invecchiare. E Gildo ne ha
di aneddoti, famoso quello della pallina dell'albero di Natale che trovò nella bocca di un
vecchio "quel vecchio stava sgranocchiando la pallina dell'albero e gli abbiamo dovuto far
sputare tutto", gli amici ridono quando sentono queste storie, ma un brivido corre lungo la
schiena. "E che cosa succede quando un vecchio muore?" "Arrivano i parenti, alcuni sono
tristi e altri sono contenti per l'eredità", così risponde Gildo, altro brivido sulla schiena e
altra risatina, sempre più tirata. Una sera, dopo una pastaccia al gorgonzola, Gildo tirò fuori
dal portafoglio una vecchia foto ingiallita, "questa foto l'ho trovata sotto il materasso di
una vecchia che è morta questa mattina". Passò la foto agli amici, calò il silenzio, nessuno
rideva più, nella foto si vedeva una bellissima donna in costume, capelli al vento, su una
barca a vela, insieme a un uomo che probabilmente era il marito. Il pensiero che quella
vecchia tenesse sotto il materasso la foto del suo passato, della sua giovinezza bella e felice,
rese tutti gli amici profondamente tristi, e allora uno ebbe il coraggio di dirgli "Gildo, ti
vogliamo tutti bene ma stasera dobbiamo dirti la verità: tu cucini di merda". Gildo si
versò un goccio di vino da tre euro nel bicchiere, guardò negli occhi gli amici uno ad uno
e propose un brindisi "alla vecchia morta di questa mattina, alla sua giovinezza!".
Tutti alzarono i calici e brindarono. Gildo rimise la foto nel suo portafoglio. Dopo dieci
minuti salutò gli amici "ora devo sgommare ragazzi, domani mattina mi passano al
reparto tumori, basta con l'Alzheimer". Gildo salì sulla sua bicicletta arrugginita e pedalò
nella notte verso casa, mezzo ubriaco, con la foto di una sconosciuta nel portafoglio. 

SURUR E LEILA

Surur era sposato felicemente con Leila da quasi 50 anni. Non avevano figli,
si bastavano reciprocamente, ma erano affezionati ai nipoti, i figli della sorella
di Leila. La loro vita era cadenzata da un rosario di abitudini codificate, e quindi
avevano quello che possiamo chiamare, senza timore di esagerare, uno stile.
Surur ogni mattina andava nel bagnetto di servizio e si faceva la barba con la
radiolina accesa e un rasoio elettrico comprato in Libano tanti anni prima.
Guardandosi allo specchio alzava sempre le sopracciglia per sfottersi.
Leila invece preparava la colazione ascoltando Maria Callas, la divina.
Non poteva mai mancare il latte condensato della Nestlè che Leila mangiava
affondando il cucchiaino, golosissima. Avevano un gruppo di amici con i
quali la domenica si ritrovavano per pranzo sempre al solito ristorante,
ordinavano da mangiare di tutto, ma il vino era sempre Fontana di Papa
dei Colli Albani, fresco e giovane, andava giù che era una meraviglia.
Gli amici più intimi erano Remo e Sgandurra. Remo fumava tre pacchetti
di Muratti al giorno, aveva gli occhiali e dei baffi. Sgandurra era vedovo e
lavorava in una compagnia aerea. Di questi amici non diremo altro, lasciamo
libero sfogo alla fantasia del lettore. Una mattina d'estate, all'hotel Ambassador,
Leila ebbe un ictus. Surur la fece portare subito in elicottoro all'ospedale.
Riuscirono a salvarla ma Leila rimase come rintronata, non riconosceva
più la voce della Callas e aveva un modo di ridere stranissimo, come se
si mangiasse i denti e poi li risputasse in una sorta di risata extracorporea.
Leila visse altri 5 anni, circondata dalle premure di Surur, poi morì.
Surur restò solo.  Si fece crescere la barba, assunse una badante ed ebbe
un prolasso ai testicoli. I nipotini ogni tanto andavano a trovarlo ma
sempre più di rado.  Quando la badante gli faceva il bidet, Surur si
eccitava e le urlava "succhiamelo". Aveva perso completamente la testa.
Tutta la sua eleganza era andata a farsi fottere. Quando Surur lasciò
questo mondo nel frigo c'erano ancora due barattoli di latte condensato
della Nestlè. La foto di Leila sul comodino sparì, ma nessuno ci fece caso

GIULIA (racconto brevissimo)

Ci sono delle persone che con la sola presenza riescono a cambiare
le coordinate emotive di un luogo, i rapporti tra le cose e gli stessi
rapporti tra gli esseri umani. Giulia era una di queste persone.
Le bastava entrare in un ristorante e solo muovendosi tra i tavoli,
faceva risaltare il bianco delle tovaglie e risplendere l'argento delle
posate. Esercitava una sorta di ipnosi lieve su chi aveva la fortuna
di vederla esistere. Distogliere lo sguardo da lei era sempre un
sacrificio imposto dalle convenzioni o dalla semplice educazione.
Nessun uomo aveva il coraggio di avvicinarla, per questo Giulia
era bellissima ma sola. Una mattina Giulia fu travolta da un camion,
guidato da un certo Osvaldo Arcani. Arcani venne condannato alla
lapidazione per volontà unanime dell'umanità. Tutti quelli che erano
senza peccato lanciarono la prima pietra, e furono tante pietre lanciate
nello stesso momento, perché l'umanità è meravigliosa.

FELICE RELLO

Felice Rello fu rapito dagli alieni a settembre. A novembre fu ritrovato sopra il cofano
di una vecchia Cinquecento Fiat. Era invecchiato di 50 anni. Fu rapito a 20 e ora ne
aveva 70. Alla stampa disse che venne portato su un pianeta dai colori sgargianti e che gli
alieni avevano tutti il volto di una volpe e che si nutrivano di uova di cocco. Non disse
altro. Una giornalista gli chiese: "Che cosa sono le uova di cocco?". Rello restò muto.
Gli alieni-volpe avevano fatto un esperimento: creare sinapsi-arcobaleno nel suo
cervello per renderlo via via sempre più allegro. Fu scelto perché il loro computer-
dinamicocerebrale aveva stabilito che era l'essere umano più infelice della Terra.
L'esperimento fu un successo. Rello andò sulla tomba dei genitori e non pianse, anzi,
alcuni paparazzi scattarono delle istantanee in cui danzava in modo impercettibile, 
muovendo le ciglia, gli angoli della bocca e i mignoli. Iniziò a fare delle cose strane.
Alcune cose strane non vennero mai scoperte, nemmeno dai paparazzi. Per esempio,
faceva la doccia vestito e con un ananas gigantesco in braccio, si asciugava e usciva.
Altre cose strane invece vennero scoperte perché Rello le faceva in pubblico.
Annusava i nasi dei passanti, palpava il culo delle statue, rispondeva sempre 
"gloppo gloppo" a chi lo salutava e spediva cartoline in Giamaica a persone sconosciute.
A 72 anni Rello si suicidò lasciando questo biglietto: sono felice da morire. Tra gli alieni
volpe, sul pianeta ANDROMON, alcuni scienziati dell'esperimento Rello vennero
licenziati in tronco. E ci mancherebbe altro! La stampa aliena titolò RELLO AKRUNTO!
Ovviamente si tratta di una nostra libera traduzione dei caratteri protoalfabetici alieni.

mercoledì 27 luglio 2022

RACCONTO BREVISSIMO

Una vela bianca all'orizzonte. "Merda, quanto ti sei sfasciata" così bisbigliava fra sé Paolo, 
fissando le natiche al sole della moglie. -Sono ancora un uomo affascinante, nonostante i miei
55 anni, mi tengo bene, sono in forma, non me le merito queste natiche flaccide, non mi merito
nella mia vita tutta questa cellulite, porca troia. Quando ti ho sposata eri bella, ora sei cascante,
pure la pelle delle ginocchia è cadente, una cosa orribile, che cosa tremenda è il tempo, ti ha
fatta a brandelli, sei quasi irriconoscibile, ti è rimasto il sorriso, quello sì, quello ancora è vivo.-
"Amore, mi vai a prendere una limonata fresca?" disse Cristina, "Certo pucci, vado subito".
Cristina lo guardò mentre si dirigeva al bar con quella camminata spavalda che ancora
ostentava per fare colpo sulle ragazzine, -Dio, quanto sei ridicolo amore mio, con quelle
gambe arcuate che ci passerebbe sotto un treno, e quella pancetta che pensi sia sexy, invece
è il segno di troppe pastasciutte, sei goffo, terribilmente goffo, e la pelata, dio mio, quella
pelata, avevi dei capelli fluenti così belli quando eri giovane, ma la cosa più ridicola di tutte
sono gli slip, non te li puoi più permettere amore mio, ma dove credi di andare? Eppure mi
fai tenerezza, questa tua paura di invecchiare mi commuove e in fondo ti amo ancora-. Paolo
tornò con la limonata e un ghiacciolo alla menta. Si sdraiò sul lettino accanto a Cristina.
Il sole picchiava giù duro. Si mise a mordere il ghiacciolo lentamente, fissando una nuvola
solitaria nel cielo azzurro. Cristina succhiava dalla cannuccia la limonata fresca. Un bambino
e una bambina gridarono all'unisono "Vediamo chi arriva prima a tuffarsi in mare" e si
lanciarono in una corsa fanciullesca, gettando le loro risate contro la schiuma delle onde.
La vela bianca era sparita dall'orizzonte. Paolo finì il ghiacciolo, affondò lo stecco nella
sabbia, si chinò sul volto di Cristina e la baciò. La sua lingua alla menta restò nella bocca.
Poi una carezza, una carezza su quel culo matrimoniale, con le risate dei bambini sullo sfondo.

RACCONTO BREVISSIMO

Al Tigre, un famoso night club, Gigi Menzichetti era di casa, ma quella notte
la sua curiosità fu tutta per un uomo e non per le bellissime fanciulle che vi
lavoravano. Al tavolo davanti al suo c'era un tipo basso, grosso, dall'aspetto
volgare ma buffo, quasi simpatico, portava al polso un orologio d'oro, una
cafonata, sembrava autentico, un vero Rolex, aveva anche degli anelli,
un vestito elegante che non riusciva a renderlo elegante, c'era un secchiello
con tre bottiglie di champagne conficcate dentro, un vassoio di fragole e 
due ragazze che non aveva mai visto prima. La funzione delle ragazze era
quella di bere più champagne possibile, sgasandolo con un cucchiaino, si
facevano palpeggiare le cosce dalle mani pelose di quel tipo che sembrava
divertirsi molto, tutto eccitato e sudato, facendo risuonare nel locale la
sua risata sguaiata e compiaciuta. Gigi era sempre più incuriosito, il tipo lo
notò e gli disse: "Ciao, vieni qui a farci compagnia, mi chiamo Paullo".
Gigi non se lo fece ripetere due volte e si unì alla compagnia. "Che cosa
fai per vivere Paullo?" "Caro Gigi, il mondo è diviso a metà, ci sono quelli
che vendono e quelli che comprano, il mio lavoro è farli incontrare".
Paullo prese una delle ragazze, così a caso, la portò in pista, si strusciava
e le toccava il culo, eccitato. "Altre due bottiglie di champagne" urlò a un
cameriere. Poi tornò al tavolo con la lingua di fuori, assetato. "Che fai Gigi?
Tu non ti diverti? Quella pupa che hai vicino si chiama Olga se non sbaglio,
puoi farci tutto quello che vuoi, è offerta da me". Paullo si lasciò cadere
sul divano di velluto rosso, esausto, e iniziò a ronfare. Le ragazze con il
cucchiaino in mano continuavano a sgasare lo champagne implacabilmente.
Poi Paullo si svegliò, era cambiato in volto, sembrava quasi un saggio,
aveva un'espressione antica e fissando il vuoto biascicò un nome.
"Pisistrato" "Come?" fece Gigi, "Pisistrato" ripetè Paullo. Gigi non capiva,
aveva fatto studi classici ma ormai tanti anni fa e non ricordava nulla
di Pisistrato. Paullo disse "Sai? Pisistrato è stato un grande simulatore,
un genio della simulazione, ma a lui dobbiamo anche l'Iliade e l'Odissea
che Pisistrato fece trascrivere su fogli di papiro, è stato forse l'uomo
più importante dell'antichità...", poi Paullo fece un rutto enorme e si
grattò la pancia, mentre le palpebre si abbassavano ancora. Gigi lo fissava
con la bocca aperta, non avrebbe mai immaginato di sentire nominare
Pisistrato tra due troie, in un night club, vicino a vassoi di fragole e bottiglie
di champagne svuotate. "Un'altra bottiglia di champagne" disse Olga con
il cucchiaino in mano, Paullo ronfava, e Gigi ormai era stanco e triste.

RACCONTO BREVISSIMO

Alvise era un pedofilo. Non poteva resistere alla vista delle bambine.
Prese di mira Lucia di cinque anni che giocava in piscina. 
Le si avvicinò, anche solo sfiorare la pelle di quella bambina era
per lui un brivido. Non poteva distogliere lo sguardo, era come
ipnotizzato. Lucia saliva sul bordo della piscina e si tuffava sotto
lo sguardo vigile della mamma. Gli schizzi arrivavano fino ad
Alvise che ne godeva segretamente. Si avvicino sempre di più,
fino a essere a un tiro di bacio. Le ginocchia di Lucia lo toccarono
per un momento. Lui ebbe una piccola erezione. Poi accadde
l'irreparabile, la mamma lo chiamò "Alvise, Alvise, basta di stare
in piscina, dobbiamo andare a pranzo, ricordati di prendere la
palla". Lucia gli sorrise per un attimo, sorrise a quel bambino
strano di nome Alvise che uscì dalla piscina tutto vergognoso.

RACCONTO BREVISSIMO

Ellis Trombadori non aveva tutti i venerdì e forse le mancava anche un sabato.
Infatti una domenica pomeriggio prese tutta la collezione delle sue mutandine
del passato (che indossava da giovane) e la gettò nel bidone della spazzatura.
Mutandine bianche, nere, azzurre, rosse, viola, tantissime mutandine sfilate da
altrettanti ragazzi o uomini. Le aveva conservate per vanità femminile, ma quella
domenica pomeriggio il suo volto segnato dal tempo la spaventò. Prese una
tanica di benzina e un fiammifero e fece un rogo di quella biancheria non più
intima. Stette immobile come una statua davanti alle fiamme, mentre il suo
passato amoroso andava in cenere. Era ormai sera, il volto di Ellis, illuminato
dagli ultimi bagliori del fuoco, era bellissimo, quasi come se le unghie della
giovinezza lo avessero graffiato un'ultima volta, con dolcezza, prima di scivolare
via nel buio della notte, per sempre. Rientrò in casa. Sotto la veste era nuda.
Si toccò la fica, lentamente. Poi accese la radio e la sintonizzò
sul suo programma preferito. Erano le dieci di sera ed Ellis era appena diventata
una vecchia.

martedì 26 luglio 2022

RACCONTO BREVISSIMO

Angelica soffiò sulle sue settanta candeline. Ci fu un tuono. E lei sembrò
persa. Non riconosceva più nessuno. I volti erano diventati improvvisamente
estranei e non capiva come mai quella torta stesse davanti a lei con tutta
quella panna. Angelica decise di fingere, sorrise a tutti, si fece abbracciare,
mangiò la torta con gusto. A fine giornata si coricò stanca e felice. Un'estranea
le rimboccò le coperte e la chiamò mamma. Angelica scelse di amarla come
fosse sua figlia, e chiuse gli occhi.

RACCONTO BREVISSIMO

Memo Arpaia, un uomo di 49 anni, morì d'infarto una domenica mattina mentre si stava
lavando i denti con uno spazzolino rosso, la moglie Rosa era in cucina a preparare il caffè.
Avevano due figli: Benedetta e Cristoforo. I figli erano andati a Giacarta a tentare la
fortuna, avevano aperto una pasticceria siciliana che stava dando molte soddisfazioni.
Avvertiti dalla madre i figli presero il primo aereo per l'Italia. Memo venne cremato.
La sua anima si ritrovò in uno spazio bianco, ma stringeva ancora in quella che possiamo
definire una "mano eterea" lo spazzolino rosso. Pensò di trovarsi in paradiso, ma era
un paradiso strano, non c'era nulla, nulla di nulla, solo distese di bianco, un bianco atroce.
Solo lo spazzolino rosso sembrava esistere, nient'altro. Passò del tempo, forse 1300 anni,
ma è difficile quantificarlo o misurarlo perché nel bianco più assoluto si perde ogni
riferimento, ogni cognizione temporale. Memo iniziò a sentirsi a disagio, solo, era solo,
solo, con uno spazzolino rosso in mano, e attorno a lui il nulla più assoluto e radicale.
Pensò di trovarsi in una trappola energetica, non sapeva che cosa fare della propria vita
non vita, in quel paradiso non paradiso. A un certo punto pensò di essere all'inferno, ma
presto questo pensiero lo lasciò, all'inferno ci sono le fiamme, e almeno lo spazzolino
rosso avrebbe proiettato un'ombra da qualche parte, anche se non c'erano parti in quel
bianco atroce e dentistico. Si convinse di essere in una specie di sala d'attesa. E si fece
forza, pensò che doveva avere pazienza, molta pazienza. Passò altro tempo, forse 3000
anni, forse di più. Intanto sulla Terra una civiltà aliena aveva cambiato le regole del
gioco. Gli umani erano diventati schiavi psichici, gli alieni avevano inoculato nella
mente dell'umanità un pensiero, uno solo: il pensiero della sottomissione. Un giorno,
se di giorno si può parlare in una specie di imbuto eterno senza odori e senza suoni,
comparve un essere gelatinoso e azzurro davanti a Memo Arpaia, fu una grandissima
emozione, a Memo venne da piangere, il suo corpo etereo era tutto un brivido e lo
spazzolino rosso tremò nelle sue mani, lasciando cadere nel vuoto grumi di dentifricio
alla menta. L'ectoplasma gelatinoso sparì lasciando un biglietto di carta. Sì, avete
capito bene: carta. Forse oltre quel bianco atroce c'erano delle foreste. Memo si chinò
sul vuoto, prese il biglietto nella speranza di leggere un messaggio, delle parole, un
senso a tutto quel bianco che lo stava divorando, ma la carta era bianca, più bianca
del bianco nel quale si trovava ingoiato da tempo, tempo non decifrabile umanamente.
"Forse la morte è l'ingresso in una follia bianca e cosciente che non ha fine" pensò.
Ed ebbe un brivido di terrore. Allora si aggrappò mentalmente a quello spazzolino
rosso che lo aveva seguito nel devastante deserto bianco oltremorte. E riuscì a non
impazzire per almeno altri 4500 anni, ma poi, poi, Memo Arpaia iniziò a urlare. 

RACCONTO BREVISSIMO

Simona Panetti era bellissima, quindici anni, rossa di chioma, lentiggini,
occhi languidi, una voce insolitamente calda per un'adolescente. Era figlia
di un pediatra famoso e di una professoressa di lingue. Simona era la più
brava della classe, ma non solo: era generosa e sensuale. Un giorno, mentre
faceva danza, ebbe un capogiro, andò nello spogliatoio, si sdraiò su una
panca e morì. Al funerale erano i suoi genitori che facevano coraggio
agli altri: parenti, amici, compagni di scuola, tutti in lacrime, tutti
disperati. Lo stesso giorno del funerale di Simona, a 200 chilometri di
distanza, in una località balneare, due amici parlavano di sesso mentre
uno dei due guidava la macchina..."Quindi nel pomeriggio Daniela si
libera dal marito e viene a trovarti'" "Sì, già due giorni fa mi ha chiesto
di non lavarmi, le piace il mio cazzo sporco, lo adora, mugola quando
me lo pulisce" "Certo le donne sono straordinarie, cioè, a questa piace
proprio la tua formaggia?" "Esatto amico mio, esatto, ne va pazza!".
Mentre discorrevano di queste licenziose amenità, fermi a un semaforo,
furono affiancati da un frate francescano in bicicletta. Scattò il verde,
il frate francescano partì, aveva forti polpacci candidi, i due amici restarono
come imbambolati a guardarlo, dietro una selvaggia orgia di clacson nemici, ma
loro continuavano a fissare quel frate francescano che pedalava, pedalava
in salita, sotto un cielo azzurro, con la freschezza di un fanciullo... 

RACCONTO BREVISSIMO

Paolo Giaccia era omosessuale ma per spirito di contraddizione andava
con le donne. Poco a poco fu messo al bando dalla comunità gay. Era
considerato un pervertito. Una mattina di novembre si impiccò in un bosco.
Fu trovato da una bambina con un cappuccio rosso sulla testa. I giornali
titolarono: CAPPUCCETTO ROSSO SCOPRE UN CADAVERE IN UN
BOSCO: PROBABILE SUICIDIO. Così finì la vita di Paolo Giaccia, gay
ribelle. Per sua volontà nella bara fu messo a pancia in giù, per "dare il culo"
a tutti gli ipocriti che adesso facevano finta di piangerlo.

RACCONTO BREVISSIMO

Gaspare Limbonati, per gli amici Gasparino, fece un sacco di soldi, ma una vera fraccata di soldi, tanti e tanti, inventandosi una moda: magliette nere con frasi senza senso scritte in rosso. La moda delle frasi
assurde divenne nazionale e poi internazionale, per tutto il mondo vedevi girare persone che portavano
sulle magliette (solitamente la scritta era sul retro) frasi di questo tipo: EFULDA MATOMA, oppure
SGREKKO SGRANKO o ancora MILTRO FRUSTU. Con tutti quei soldi Gasparino trovò anche l'amore.
Si sposò con una modella di nome Matilda Ebeni, molto più giovane di lui, ovviamente. Furono
felici per i primi cinque anni, poi capitò una cosa che li rese ancora più felici. Una sera Gasparino
rientrò in villa con un certo anticipo perché voleva fare una sorpresa a Matilda e come nelle più
classiche scene di tradimento la trovò in camera da letto con due uomini nudi e robusti, entrambi
indossavano le sue magliette, l'uomo bianco aveva una maglietta con scritto UTRO KOPPO e l'altro
di colore invece aveva scritto sulla schiena MEMRI INTELLO. UTRO KOPPO e MEMRI INTELLO
avevano il fallo inserito nel corpo di Matilda e stantuffavano con solerzia ardimentosa, Matilda
emetteva dei gemiti che facevano vibrare la vetrata che dava sulla piscina azzurra. Gasparino si
fiondò sul letto sconquassato, si mise al fianco di una Matilda stupita e divertita, e pregò MEMRI
INTELLO o UTRO KOPPO (era indifferente per lui) di sodomizzarlo violentemente per godere
all'unisono con la sua Matilda, e così avvenne: UTRO KOPPO sodomizzava Matilda e MEMRI
INTELLO invece si dedicava a penetrare Gaspare Limbonati, detto Gasparino. Da quella sera il
loro matrimonio da felice diventò felicissimo. UTRO KOPPO e MEMRI INTELLO divennero
parte integrante del loro ménage domestico-erotico, anzi, dopo nemmeno un anno l'uomo nero e
l'uomo bianco si trasferirono in villa. Non era raro vederli fare colazione tutti e quattro nel grande
letto con coperte di raso giallo, e il maggiordomo John Klimber aveva il compito di portare 
su vassoi d'argento cornetti caldi, frutta fresca e caffè bollente. Gli Zenobini, vicini di villa,
industriali tessili, non si capacitavano di quella nuova configurazione matrimoniale e tolsero
il saluto a Gasparino e a Matilda. Un giorno triste, anzi tristissimo, UTRO KOPPO morì durante
l'atto sessuale, stava sodomizzando sulla lavatrice Gasparino, e furono lacrime e lacrime per
alcuni mesi, ma si sa, la vita deve continuare, e UTRO KOPPO venne sostituito da un giovane
bellissimo e atletico che portava la maglietta nera con la scritta GRANTO OTANTO. Eppure,
Matilda e Gasparino non dimenticarono mai UTRO KOPPO e ogni mese andavano sulla sua
tomba a portare un mazzo di rose rosse. MEMRI INTELLO E GRANTO OTANTO restarono
con Matilda e Gasparino fino al famoso incidente autostradale che portò alla morte della nostra
affezionata coppia e di nove cardinali in un colpo solo. Matilda e Gasparino furono seppelliti
vicino alla tomba di UTRO KOPPO. Tutto il patrimonio fu diviso tra MEMRI INTELLO, 
GRANTO OTANTO e il fedele maggiordomo John Klimber. Le magliette nere con la scritta
strana in rosso continuarono a mietere successi per il mondo. John Klimber si innamorò di
GRANTO OTANTO, e si sposarono, testimone di nozze fu MEMRI INTELLO.

domenica 24 luglio 2022

RACCONTO BREVISSIMO

Giangio Giacometti era un uomo ricchissimo, ricchissimo da fare schifo, e mai espressione
fu più azzeccata. 55 anni, calvizie sexy, belle spalle, occhi marroni e languidi,  pantaloni di
lino, sandali chic. Panama Borsalino azzurro, perennemente in testa, anche nelle giornate
di vento. Aveva sposato la figlia della figlia di quello che inventò la cannuccia pieghevole
(invenzione miliardaria), ed era diventato ricchissimo grazie a questo matrimonio.
Non era cattivo Giangio Giacometti, era semplicemente sincero. Un giorno un suo amico
gli disse: "Guarda che i soldi non fanno la felicità". Giangio lo guardò con dolcezza, si
versò una birra nel bicchiere, tre dita di schiuma d'ordinanza e così rispose: "Caro amico
mio, la vedi quella bella ragazza che sta attraversando la strada? Sembra così leggera e
così innocente, ebbene, se le offrissi 50 mila euro si farebbe fare di tutto da me, potrei
anche svuotarmi gli intestini nella sua boccuccia di rosa, se non lei, questa che sta bevendo
uno spritz al tavolo vicino, tutte hanno un prezzo o quasi tutte, non è difficile, capisci?
Per me questa è la felicità: fare quello che voglio con chi voglio e quando voglio. Per
te la felicità è il sorriso di un bambino? Cazzi tuoi, capisci? Della tua idea di felicità
non me ne frega un cazzo, questa è la mia". Era una giornata meravigliosa. Giangio
salutò l'amico, salì sulla sua Lamborghini viola e andò a Cannes a farsi un giretto
perlustrativo. La moglie stava agonizzando intanto in una clinica Svizzera. Giangio
prese una suite al Cocoon e dopo una bella doccia si vestì per godersi la notte della
Costa Azzurra. Aveva un abito bianco impeccabile, era felice, quasi vedovo e pieno
di soldi da fare schifo.  Prenotò un tavolo alla Maison Lerda (che fa rima con merda) in
rue du Marché Forville, ordinò un filetto Tournedos Rossini, il suo piatto preferito, e
si fece portare una bottiglia di champagne Salon. Proprio quando i rebbi della sua
bellissima forchetta stavano per infilarsi nel filetto, Giangio Giacometti ebbe il primo
violento episodio di vomito fecaloide. Per essere chiari: vomitò merda sul filetto
Tournedos Rossini. Due bellissime ragazze sedute al tavolo vicino, non riuscirono
a trattenere delle risatine sadiche mentre Giangio Giacometti veniva portato via su
una barella azzurra della Costa Azzurra. Morì pochi mesi dopo, prima della moglie.
Sulla sua lapide fece incidere questa frase: Sono morto felice, vomitando merda.
Ed è per questa frase finale lasciata ai posteri che Giangio Giacometti è una specie
di eroe. Un eroe di merda, ma pur sempre un eroe. Il suo fedele cane Tron, un boxer,
scodinzolò per tutta la durata della cerimonia funebre, in Costa Azzurra.




venerdì 22 luglio 2022

IMMENSA TESTA DI CAZZO

Immensa testa di cazzo, Freddy Fosca, se ti becco per Roma
ti tiro tanti calci in culo che dovrai chiedermi perdono.
Faccia da ebete, sfregiato, ubriaco marcio, ti riconosco
anche se non ho mai visto la tua foto, vigliaccone.
Se ti becco ti rullo di cartoni.

Mai sentito parlare del ghetto di Varsavia coglione?
Avessi tu un'oncia del coraggio di quegli ebrei.
Porco nazista.

Levi lavorò...hai osato scrivere questo, merda umana?
Era uno schiavo, un prigioniero, merda umana che
non sei altro, segaiolo.

Se ti becco in giro, faccia di merda, te la faccio pagare.


NICOLINO POMPA - IL FATTO QUOTIDIANO

 https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/07/22/nicolino-e-morto-ma-nel-mio-film-e-ancora-vivo-per-questo-non-mi-stanco-di-riprendere-gli-umani/6657362/

giovedì 21 luglio 2022

RACCONTO BREVISSIMO

Fulvia Rossa era una gattara, ma non era sporca, non era una strega, non era
scontrosa, insomma: non era uno stereotipo. Era sola però, quello sì. Sola con
i suoi gatti randagi. Ed era anche mattarella. La sue due passioni erano i libri
gialli e i gatti randagi. Le piacevano gli assassini. Nel cortile di casa dava da
mangiare a una ventina di gatti randagi. Li aveva chiamati tutti Andrea, sia
le femmine che i maschi. "Mici Andrea, venite dalla vostra Fulvia". Buona
parte della sua pensione andava in cibo per i gatti. E in libri gialli. I gatti per
riconoscenza le facevano trovare corpi mutilati di passerotti sullo zerbino.
Una sera trovò un uomo svenuto nel suo cortile, era un clochard vestito di
stracci neri. Lo portò a casa, lo mise nel suo letto e si prese cura di lui. Gli
portò un brodino caldo, poi della frutta, e l'uomo poco a poco si rianimò.
Fulvia vide gli occhi di quell'uomo, grandi occhi neri, iniettati di sangue.
"Come ti chiami?" "Titano" rispose con una voce di caverna. Nacque una
specie di amore tra loro, fatto di carezze e sospiri e di gentilezze estreme.
Fulvia si dimenticò dei suoi gatti Andrea. Passarono così dei giorni, forse
settimane, forse mesi, forse anni. Anche i libri gialli non venivano più letti.
Li comprava ma restavano intonsi nella libreria. Titano era una montagna, 
anche un'ombra. Ma era amore, amore vero. Fulvia era felice. Poi, una
notte di una quiete spaventosa, Fulvia andò in cerca dei suoi mici Andrea
per tutta la città, ma non li trovò. Tornò a casa con uno strano presentimento
(i presentimenti sono sempre strani), entrò in camera da letto, e...orrore!
I mici Andrea erano tutti sul letto insanguinato, il corpo di Titano sbudellato,
ancora caldo, e gli occhi, i suoi grandi occhi neri, cavati dalle orbite,
ancora pulsavano sul cuscino lacerato, e sembravano fissarla fin dentro
alla sua anima di gattara. Fulvia urlò. Prima fu un urlo di terrore.
E poi di gioia, una gioia assoluta, crudele, pura. Aveva ritrovato i suoi gatti.
Un filo d'olio in padella e mise gli occhi di Titano a sfrigolare, mentre i
gatti le facevano le fusa e si strusciavano sulle sue gambe bianche come la
morte.

DIVERTISSEMENT

 


RACCONTO BREVISSIMO

 
Claudio Filo era un ex campione di pattinaggio artistico su ghiaccio.
Volto simpatico, naso schiacciato, e una forza erculea nelle braccia.
Non alto di statura ma potente, poteva mettere a terra anche tre uomini
con pugni ben assestati, ogni tanto capitava in discoteca di fare a
botte, e quello che restava in piedi era sempre Claudio Filo.
Dopo il pattinaggio si diede alle bische clandestine, iniziò a bere e
a giocare. Era su quella che si chiama la cattiva strada, una strada
spesso molto divertente, anche se pericolosa. Lo salvò un incontro
con una donna elegante dal nome strambo: Marilù Strombazzi.
Con Marilù mise la testa a posto, e il suo posto preferito erano
le cosce della Strombazzi. Misero in cantiere anche un marmocchio.
E poi un altro. Si comprarono una casa sul lago, non è importante
specificare quale lago, anche perché la mafia delle bische sta ancora
cercando Claudio Filo. Un giorno accadde una cosa spaventosa.
Marilù incontrò un cazzo di santone indiano che predicava
l'astinenza dal sesso e la risata, al posto di godere bisognava
ridere e ridere e ridere, per avere uno spirito sereno e una vita
purificata dal contatto con la vile materia. Niente più sesso con
Marilù, solo tante risate, ma era solo Marilù a ridere, Claudio no.
Claudio friggeva, friggeva di rabbia. Un giorno volle conoscere
il santone, lo colpì in faccia con un pugno devastante "E ora ridi,
ridi pure, santone di questa minchia". Marilù ebbe una crisi isterica.
Claudio l'abbracciò e la riportò a casa. La posò sul letto con dolcezza.
E uscì a ubriacarsi. Quando rientrò, fradicio di gin tonic, vide
Marilù sul letto che lo aspettava a gambe aperte "Vieni, vieni amore
mio". E fecero l'amore, e ancora, ancora di più, con una veemenza
d'altri tempi, fino all'alba. Claudio si alzò per preparare la colazione
alla sua Marilù. Era una giornata di primavera, i figli dormivano
ancora nella cameretta. A un certo punto sentì ridere, era Marilù
che rideva, la sua Marilù, a Claudio si gelò il sangue, si avvicinò
a Marilù con il caffè fumante e lei disse ridendo "Come ho potuto
essere così, così scema da dimenticarmi del tuo cazzo?" Claudio
tirò un sospiro di sollievo. Il santone era rimasto senza denti. 

RACCONTO BREVISSIMO

Così, di punto in bianco, a Giorgio Ghisleri fu trovato un cancro,
con metastasi al fegato e alla base dei polmoni. "Il killer mi ha preso di
mira", questo il messaggio che mandò sul telefonino a tutti gli amici
e ai parenti. Era estate, stava per partire per il mare, invece chemio,
tanta chemio, nella speranza di ridurre il tumore maligno, e poi magari
tentare un'operazione. Ricevette tanti messaggi di solidarietà e anche
telefonate sincere e affettuose, ma tutti partirono per le vacanze.
Tu hai il tumore, mica noi, questo il sottotesto. Ti siamo vicini Giorgio,
con lo spirito, siamo esseri spirituali! Del resto la forza gravitazionale
degli apericena è irresistibile. "Sto morendo", pensava Giorgio prima
di addormentarsi, "fra poco potrò chiedere un autografo a Dio in persona,
anzi, in terza persona! Anche Cristo e lo Spirito Santo!" Non aveva
paura di morire, di soffrire nemmeno, era un uomo coraggioso, gli
dispiaceva lasciare incompleta la sua collezione di farfalle. Quelle
puttane di farfalle. La chemio non servì. Morì, diventò quella cosa
immobile che chiamano cadavere, quel pianeta misterioso che nessuno
potrà mia calpestare: un cadavere pianeta. Lontano anni luce dai vivi,
eppure così vicino. Gli amici davanti alla morte si scomodarono,
lasciarono gli apericena per un giorno. Al funerale di Giorgio parlò
Carlo, il suo migliore amico, disse: "Giorgio ci vorrebbe tutti allegri,
non dobbiamo essere tristi, lui non lo avrebbe voluto". Fu il primo
caso registrato di resurrezione dopo Cristo, Lazzaro e qualche altro
anonimo risorto, il coperchio della bara venne scardinato
da una forza sovrumana, la testa arruffata di Giorgio
fece capolino "Col cazzo belli miei, col cazzo, allegri una minchia,
ora restate in città con me, sono vivo, vivoooo". Nessuno esultò.
Il bel discorso di Carlo fu rovinato da quello stronzo di Giorgio,
vennero anche alle mani, il prete si gettò nella mischia per calmare
gli animi. Giorgio perse tutti gli amici. Dopo di lui iniziarono a
risorgere in molti, moltissimi, tanto che divenne normale, così
normale che nessuno ci fece più caso, anche i miracoli vengono
a noia. Ora Giorgio si trova in Brasile alla ricerca di una farfalla
rarissima: il morfo blu, chiazzato di rosa. Che puttane le farfalle.
 

Luchino ha ucciso l'Uomo Ragno.

mercoledì 20 luglio 2022

RACCONTO BREVISSIMO

Angelo Soffioni era uno di qugli uomini che dicono sempre "per fartela breve"
e invece vanno avanti a parlare per ore, fino a farti fondere le orecchie.
Era un buon amico, non c'è che dire, sempre disponibile ed attento, ma quando
parlava di se stesso, specialmente avventure amorose, non si fermava più, a volte
divertiva, altre volte annoiava, ma era comunque un uomo interessante.
Una volta conquistò una duchessa francese, affittò un elicottero, si vestì
con uno smoking impeccabile, comprò cento rose rosse, e si fece calare
nella piscina della duchessa insieme alle rose, in Costa Azzurra, nei lontani
anni Ottanta. Un'altra volta si presentò con una splendida anguria a una tedesca
che sonnecchiava su un lettino da spiaggia e le disse "io folere aprire te come
qvesta anguria", tutti i semini finirono sul ventre abbronzato di lei che rideva
e rideva, divertita da quell'uomo bello e buffo al tempo stesso. Angelo era
alto, ben fatto, proporzionato, un grosso affare nelle mutande e un grosso
portafoglio che non guasta mai per conquistare le donne. Un giorno, una
bambina di nome Elisa fece cadere dalla finestra un vaso che colpì Soffioni
sulla testa. Era vestito di tutto punto, si stava recando a un appuntamento
galante, invece finì di corsa in ospedale e poi in coma profondo. Era un
uomo superficiale ma il coma lo rese profondo, profondo come non era mai
stato in vita sua. Per volere di Cristina, forse l'unica donna che lo amò con
sincerità, Angelo Soffioni passò quindici anni in coma in una clinica privata
fatta di sole donne, dottoresse e infermiere bellissime, selezionate da un
miliardario folle ed eccentrico. Dopo 15 anni si svegliò, ormai vecchio, e
la prima frase che disse fu: "Porca troia, porca troia, porca troia..."
Elisa, l'artefice involontaria del coma, ormai cresciuta, era presente al
risveglio dal coma di Angelo Soffioni, il senso di colpa l'aveva spinta
in tutti quei lunghi anni a fare visita ogni giorno alla sua vittima, e appena
sentì "porca troia, porca troia, porca troia" s'innamorò perdutamente di
quel vecchio affascinante, rinato dal mondo delle tenebre. E si sposarono.
Cristina approvò il matrimonio e fece i migliori auguri alla coppia.
Partirono per le Maldive dove Angelo fu divorato da uno squalo bianco.
Prima di perdere i sensi urlò: "porca troiaaaaaa". Elisa sorrise dalla spiaggia.


RACCONTO BREVISSIMO

"Ciao"
"Ci conosciamo?"
"No, io saluto sempre gli sconosciuti"

Francesco Cristini aveva il vizio o la virtù di salutare gli sconosciuti.
Alcuni rispondevano gentilmente al saluto, altri lo ignoravano.
Capitava spesso che si accodasse al corteo funebre di un morto
qualunque, un morto estraneo, ma non del tutto, perché Cristini
aveva una teoria: siamo tutti mortali, quindi siamo tutti fratelli.
"Ci conosciamo tutti, in fondo" diceva a chi si incuriosiva di questo
suo insolito comportamento. "I veri sconosciuti sono quelli che
dormono nel nostro letto". Francesco si era sposato con Maria, una
donna magra e gentile, conosciuta alla festa di compleanno di un
suo vecchio amico. Ogni mattina Francesco si presentava a Maria,
anche dopo 20 anni di matrimonio. "Piacere, sono Francesco" e
Maria, ormai abituata alle stranezze del marito, rispondeva con un
sorriso "piacere, io sono Maria, tua moglie da più di 20 anni".
Francesco passava ore davanti allo specchio, cercava il segreto
del proprio volto, ma gli sfuggiva sempre. Quando Maria morì,
Francesco andò al funerale di un'altra donna, una sconosciuta,
e pianse, pianse lacrime purissime, anche il dolore per lui era
qualcosa di sconosciuto, forse di inconoscibile. I figli non gli
perdonarono mai questo tradimento "Papà, hai fatto una cosa
orribile, non sei venuto al funerale di mamma, ti odiamo".
"Chi siete?" rispose Francesco. Qualche settimana dopo 
prese un volo per Anchorage in Alaska, e si persero le sue
tracce. Il teschio di Maria continuava a sorridere nella tomba.


RACCONTO BREVISSIMO

Franco Fronzoli soffrì per tutta la vita di problemi digestivi.
Bocca amara, mal di stomaco e nausea. Un tormento.
L'alitosi era l'effetto collaterale più imbarazzante. Tutte le
donne che aveva avuto, poche a dire la verità, lo avevano
lasciato per via di questo alito nauseabondo con il quale
poteva uccidere anche le zanzare in estate. Eppure l'uomo
era anche gradevole per certi aspetti, sempre pulito e fresco
(tranne l'alito ovviamente), elegante nel vestire, una buona
cultura, viso ovale, naso gentile, occhietti vispi, labbra
carnose, due spalle robuste, gambe snelle, altezza decente,
ma l'alito era indecente, una cosa orribile, catastrofica.
Si portava sempre dietro delle mentine,  aveva provato
tutti i tipi di collutorio, i chicchi di caffè in bocca, ma niente
da fare, l'alito aveva il sopravvento su ogni tentativo di
renderlo appena appena sopportabile. Una donna un giorno
addirittura lo schiaffeggiò su una panchina, per via
dell'alito, gridandogli "non osare più baciarmi, stronzo!".
Franco Fronzoli morì in solitudine, voi non ci crederete
ma da morto il suo alito migliorò perché sparì, e dalla
sua bocca proveniva uno strano odore di gelsomini.
Si dice che i cadaveri dei santi siano profumati, forse Franco
Fronzoli era un santo, di sicuro un martire dell'alito.

 

Al Bano & Romina Power Ci Sara

RACCONTO BREVISSIMO

Patrizia Pettinati era felice, all'ultimo cielo e anche oltre, fra le stelle,
perché si era appena fatta rifare il seno e non vedeva l'ora di mostrarlo
a Gloria Brettola, la sua amica del cuore, la famosa Gloria Brettola,
soprannominata "la giocoliera" perché con la lingua faceva volteggiare
le palle dei suoi amanti. Si vestì con jeans, maglietta attillata e un paio
di scarpe rosse tacco 10, uscì di casa baldanzosa. In quel momento
Gloria Brettola stava facendo una doccia aromatizzata al cocco.
Arrivata al primo semaforo Patrizia ebbe un capogiro, senti un forte
bruciore ai seni, ebbe appena il tempo di guardarsi attorno, la mamma
con i due figli che stava attraversando la strada saltò in aria insieme
ai figli, la macelleria Rubini fu rasa al suolo, anche la panetteria fu
distrutta, i marciapiedi si aprirono come bocche di catrame, il cielo
diventò ruggine sulfurea, gli alberi in cenere, e anche i seni di Patrizia
sparirono in un botto. Putin aveva appena lanciato una bomba
atomica su Milano. Gloria Brettola, la giocoliera, sparì in una nuvoletta
di fumo sotto la doccia, e anche il chirurgo plastico di Patrizia 
diventò polvere. Restò nell'aria un profumo di bagnoschiuma al cocco,
ma non c'era più anima viva, e quel profumo si sentì solo.



martedì 19 luglio 2022

Quando sei affascinante

RACCONTO BREVISSIMO

Alcide Freschetti era un uomo buono, non aveva mai fatto
male a una mosca, proprio in senso letterale, ma aveva una
luce strana negli occhi grigi. Tutti i suoi amici e anche la
sorella Matilda dicevano di lui "Alcide è un uomo buono ma
ha una strana luce negli occhi". Una domenica mattina uccise
la prima mosca della sua vita, nera sul cuscino, una manata.
Il giorno dopo, a notte fonda, strangolò la prima prostituta.
Tutte le vittime venivano trovate con una mosca morta in bocca.
I giornali lo chiamavano "l'assassino delle mosche". 
Non fu mai scoperto, morì un giorno di aprile, mentre una
mosca si posava sul suo naso. La sorella Matilda e gli amici
si occuparono del funerale, e tutti dicevano "Alcide era un
uomo buono, anche se aveva una strana luce negli occhi".
Negli occhi grigi, ora chiusi per sempre nel suo mistero omicida.


RACCONTO BREVISSIMO

Alberto Feluca incontrò Anna Pellini alle tre in punto del pomeriggio,
si erano dati appuntamento in un centro commerciale, erano 30 anni
precisi che non si vedevano. Furono entrambi puntualissimi. Era una
giornata di sole, tante morbide nuvole nel cielo. Alberto riconobbe subito
Anna, mente Anna si rifiutò di accettare che quel vecchio fosse Alberto
Feluca, il suo primo amore, e se ne andò via, non senza avere sputato
prima per terra con disgusto. Alberto ci restò malissimo, tornò nel suo
monolocale in affitto e si impiccò con la cintura dei pantaloni. Prima
di soffocare riuscì a dire "Sei sempre stata una troia Anna" e spirò.


Ricchi E Poveri -- M'innamoro Di Te Video HQ

Andrea - I'm A Lover • TopPop

CALCOLI

 


lunedì 18 luglio 2022

POESIA PRIMA DI ANDARE A LETTO

Scrivo una poesia prima di andare a letto.
Mio fratello mi ha offerto una bella cenetta
perché ho letto in anteprima il suo libro su
nostro zio Dario e ho trovato una dozzina
di refusi, e poi gli ho detto di cambiare
l'incipit e lui lo ha cambiato, e allora mi
sono meritato un risotto con l'osso buco.
Che bello avere un fratello scrittore e uno
zio che ha composto canzoni famosissime
che tutti cantano ancora dopo 40 anni.
Il libro è bellissimo, divertente, commovente.
Dario Farina non è più un uomo tra
parentesi (D. Farina), quelle parentesi sono
crollate come le mura di Gerico, grazie
a Roberto. Il libro si chiamerà Sarà perché ti amo,
tanto per identificare subito uno dei grandi
successi di Dario. Uscita prevista: novembre.
Chi non lo compra non è più mio amico.
Ricky, ma questa non è una poesia, ma che
importa? Tutto è poesia. E vola vola si va,
sempre più in alto si va, che confusione,
sarà perchè ti amo. Felicità è un bicchiere
di vino con un panino, ma anche avere uno
zio come Dario, Dario Farina. Voulez vous
danser?

IL MIO BELLISSIMO TESCHIO