martedì 3 aprile 2012

SALE SUELLE FERITE

Non è scrivere ma frugare. Frugare nella carne, nel sangue e
nella mente. Alla ricerca di sedimenti, incrostazioni, cristalli.
Non sono parole ma efflorescenze, funghi velenosi, vertigini
inchiodate al senso della disperazione. Ma è anche fascino
di un salto nell'ignoto, sedizione di un vocabolario apocrifo,
metabolismo fosforescente, gravidanza verticale, tumulto nel
deserto, una trappola nuda in cui si contorce il vento e la sua
sposa: la lontananza. Quindi non è scrivere, non è mai scrivere.
La parola è liquida, va agitata prima dell'uso, è amniotico
tormento, rinascita di vertebre con cui scalare le tenebre, in
questa improvvisa lentezza che è l'ispirazione, canto sommerso,
luce nel vicolo cieco dell'attesa, gridare eureka a mani vuote,
avendo scoperto solo il proprio vuoto, ma non è scrivere, mai.
Forse lo scrittore è solo un uomo che mette il sale sulle ferite,
non solo le proprie, anamnesi del sangue in un universo di
specchi e congiunture astrali, e quando la memoria ci lascia,
avvolta nel suo mantello d'oblio, immaginare è tutto.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Lo scrittore da voce alle nostre ferite e vi versa l'acqua che darà sollievo al fastidio del sale

Medea ha detto...

Sono senza fiato. Il sale brucia, è un massacro lento. Come lento è il tormento che mi somministri. Ogni parola è un vetro affilato. "Frugare" è come intrufolarsi nell'attimo prima dell'ultimo respiro. E renderlo infinito. Frugare è come affrontare, a mani nude, nemici alti come ombre sotto il sole. Frugare è come muovere passi incerti, a piedi nudi, nella notte che comincia a sedurti e ti esaspera, con i suoi seni morbidi, con le sue movenze sinuose e non si concede mai... Perchè della notte ti resta sempre qualcosa di inconoscibile, qualcosa di arcano. Qualcosa che non puoi scoprire.
E se la sposa del vento è la lontananza, come faccio io a non pensare alla bambola di Kokoschka: lui andava a teatro con quel feticcio che aveva le forme della donna amata, di quell'Alma, che forse è rimasta per sempre la sua Alma stessa. Spremuta fino alle radici turbinose. Ah,l'anima con le sue radici vorticose, avviticchiate come inestricabili legacci.Perchè scrivere è così. Scrivere è vedere le tue mani muoversi su un foglio e cercare di districarsi in quell'<> con il quale sei nato. Dentro il quale hai preso forma. Con il quale sei stato nutrito. Dove hai respirato. Dal quale sei stato strappato per venire ad un tormento meno puro. Che tu, tuttavia, esalti quotidianamente. In un inquieto incedere inquietante.

E' fuorviante ogni mia riflessione. Perchè vedo solo un Uomo. Che cammina all'alba poco distante dal mare. Stretto nella sua camicia blu. Quella che scegliemmo a primavera. Senza iniziali. Una camicia che porta impresse pieghe e lacerazioni. E lui cammina. E si chiede perchè "immaginare è tutto": si da risposte ambigue ed incomplete, ma sa che conosce un modo soltanto per stare al mondo. Uno solo. E se lo trascina addosso. E' il suo trofeo.
E una bambina stralunata sogna di esser cieca. Per poter vedere attraverso le parole di quell'Uomo. Ancora una volta. Domani.
Ingorda, non sa aspettare. Vorrebbe persino uccidere la notte, metterne le ossa in un reliquiario sacro, e attraversare deserti e vergini foreste pur di ascoltare altre tre parole sole.
Sciamano casalingo, si. Ma sciamano di ogni mia significazione atavica. Tu sei immortale.

E non venirmi a raccontare che la morte incombe: non ci crede più nessuno.