martedì 24 giugno 2008

QUANDO HULK SI VESTIVA ALL'UPIM

Ieri ho visto l'ultimo Hulk, e mi è capitato di provare la
stessa nostalgia per il telefilm che già mi aveva attanagliato
quando vidi l'Hulk semi-autoriale di Ang Lee. Il cinema
digitale, effettato, proprio non mi piace, si tratta di un
videogioco fracassone in fin dei conti, non di un film.

Il vero problema è che manca la sofferenza. Nel telefilm
potevi percepire la sofferenza di Lou Ferrigno, l'attore
che impersonava Hulk, quei muscoli erano veri, frutto di
uno sforzo quotidiano in palestra, e il colore verde era
una vernice (tossica probabilmente) che ricopriva il corpo.

La metamorfosi era resa felicemente con poche inquadrature.
Dettagli di una camicia che si lacerava, i bottoni che
saltavano, le cuciture dei pantaloni che non riuscivano più
a contenere "un corpo in rapida espansione". Era un corpo,
appunto. E il cinema è un corpo, si nutre di corpi.

Invece nell'era digitale tutto è sterilizzato dalla tecnica.
Il dolore non è più che la caricatura di se stesso.
La metamorfosi è solo un gioco di pixel, manca la carne,
il sudore. Manca il corpo. Manca tutto, in sostanza.
Quando Hulk si vestiva all'Upim c'era ancora la vita.





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