sabato 29 agosto 2020

MEDEA, IN ARTE FRANCESCA AURELIO

 Come recitava la canzone, "L'estate appassisce silenziosa": quest'estate malata e fitta di ipocondrie plurali, di pigrizie e qualche nostalgia.

Le notti sono ancora molto calde, anche quest’anno il fuoco ha devastato uliveti e querce antiche: sembrava una catastrofe sventata e, invece, si è verificato l’ennesimo sfacelo estivo. L’acqua sembra perdere vigore nelle tenebre in cui ardono roghi che sfidano le altezze divine! Riflettevo sull’importanza della DELICATEZZA, del GARBO, delle forme più elementari di RISPETTO, perché stamattina, sul far del giorno, mentre mi affacciavo per ritrovare il mondo, ho assistito ad una scena che mi ha ferita: un uomo, dinanzi alla ringhiera che si affaccia su un bellissimo panorama naturale proprio davanti casa mia, imprecava al telefono, vomitando sul creato tutte le più insulse bestemmie. Volevo godere dell’albeggiare lento, dopo una notte quasi insonne; volevo ristabilire rapporti di equilibrio con la luce, dopo una notte di pensieri e sogni tempestosi, e questa mancanza di sensibilità mi ha dato proprio dolore.
Abbiamo perduto la delicatezza, che non è mollezza, femminina fragilità, gusto affettato della delizia; la delicatezza è soprattutto EMPATIA. Il greco antico, ancora una volta, viene in soccorso alla mia anima, perché non è una lingua morta, il greco antico è un sentimento: empatia deriva dal verbo πάσχω (pasco), che troppo facilmente si traduce con patire. Perché πάσχω significa prima di tutto “trovarsi in un certo stato d’animo” ed empatia è il risultato di πάσχω che si unisce ad ἐν (en), “dentro”, perciò l’empatia è trovarsi CON L’ALTRO dentro un determinato stato d’animo. E l’ALTRO è il creato, le creature, gli animali, le piante, lo spirito divino, la lupa di mare, il sole che sale dall’acqua, gli uliveti in fiamme, le fiamme stesse. E l’ALTRO è degno di rispetto, per la consanguineità che all’ALTRO ci lega. Io credo nella rabbia, nella disobbedienza, credo nel dolore, nella sofferenza, nel sonno, credo nella ragione, nell’amore, nella regola e nella sregolatezza intelligente, ma senza l’empatia non possiamo più vivere, non possiamo più stare a questo mondo. Niente di più scellerato esiste di questo mio pensare, perché è scontato e banale, eppure siamo manchevoli della vicinanza che ci accomuna in un sentire simile e dissimile al tempo stesso. E allora imprechiamo, portiamo avanti questioni di principio, ci priviamo della serenità, spariamo sentenze. Vorrei essere mite. La mitezza è l’unica via d’uscita da questa condizione terribile nella quale l’umanità versa: in piena pandemia, il problema non è davvero il numero dei parlamentari; non può né deve essere l’ordine di banchi monoposto; il problema non è bestemmiare dio … il punto è decidere di guarire: nell’anima prima che nel corpo. Abbiamo banalizzato chi si adopera per la bellezza: se ricominciassimo a credere nelle favole, forse già un po’ potremmo dire di amare. “Il MIO bisogno, la MIA felicità, la MIA urgenza”: dove vado da solo? A che mi serve fare per me soltanto? A chi posso dire la mia inettitudine? Chè se la dico, la canto, la scrivo, magari già la vinco un po’ e, se qualcuno me la ascolta, me la carezza, me la rispetta, io imparo a vivere invece. Intanto il sole brilla e noi non ce ne accorgiamo più e continuiamo a credere che sia scontato. Che miseria!
Tu, Paola Bernardini, Lazzarini Dory e altri 12
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