martedì 15 ottobre 2019

UN TEMPO

Un tempo si scrivevano delle lettere, per scrivere delle lettere c'era
un rituale, anche riflessivo. Si sceglieva la carta, la si piegava, poi si
leccava per chiuderla e per un francobollo, una spedizione, e l'attesa.
L'attesa era un nido. Per l'immaginazione. Per i pensieri in volo.
La contemporaneità ha ucciso l'attesa, è tutto istantaneo, come i
budini senz'anima. Attendere è frustrazione, non più sogno.
L'attesa è un corpo estraneo da eliminare, è diventata un guscio
vuoto, un isterico diaframma tra due vertigini piatte. Per questo
i veri poeti adesso li puoi trovare solo nelle sale d'attesa, li riconosci
perché sono gli unici che non si contorcono, che non si lasciano
distrarre da nulla, hanno lo sguardo estatico, fisso sul vuoto e non
chiedono altro che contemplare il volto dell'Essere ancora un poco,
prima che venga il proprio turno. I poeti sanno che è solo illusione.
Il proprio turno è già arrivato, dalla nascita. Ed è sempre attivo.
Così c'è chi scrive su un blog, chi comunica, e chi risponde, e tutto
è un girotondo di attese mancate, perché chi vive senza il sogno
dell'attesa, scrive solo volgarità, non scrive nemmeno: spurga.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Non aspetto, e affanculo ti ci mando subito.
Perché dovrei aspettare?
Non serve.

Anonimo ha detto...

Se pubblichi puttanate, tipo quella sotto, sulla tua vita di merda da mantenuto 50enne che non sa un cazzo, perché bisogna aspettare per dari della merda, e mandarti affanculo, visto che quella massa gelatinosa di letame che hai dietro la bocca, stamattina ti ha suggerito di postare la stronzata sulla tua vita e quelle degli altri, che se ne stavano tranquilli a farsi i cazzi propri in giro.

Ti lamenti, ma non dovresti.

Non dovresti perché, te lo ripeto, se fossimo da un'altra parte, e magari avessi anche dei parenti a cui interessasse anche solo un po' di non vedere il loro nome accumunato a uno come te, che fa i post e i filmini del cazzo, le pile del vibratore che compri con la paghetta della mamma te le faceva mangiare.

Hai capito, artista?