giovedì 17 settembre 2015

LE PERSONE FAMOSE CHE HO INCONTRATO


LE PERSONE FAMOSE CHE HO INCONTRATO
Ho visto Vittorio Gassman camminare da solo, a testa bassa,
in un parco, con il bavero del cappotto rialzato, era certamente
sprofondato in cupi pensieri, ai tempi di Affabulazione.
Ho visto Michelle Unziker a Milano, in centro, con un microfono
nell'enorme bocca sorridente che camminava davanti a una
telecamera che le stava riprendendo l'enorme bocca sorridente.
Ho visto da vicino gli occhi di Fiorella Mannoia, era seduta in
un teatro milanese, mi sono avvicinato e ho chiesto un
autografo ai suoi occhi, lei ha sbattuto le palpebre e sono
andato via felice con l'autografo oculare nella mente.
Ho visto Pippo Baudo davanti alla Statale di Milano che
camminava a braccetto con un professore, aveva un bel
cappotto di cammello e camminava come una persona seria.
Ho visto Manuela Arcuri da lontano a Forte dei Marmi che
stava girando un film, ma vedere Manuela Arcuri da lontano
non vale un cazzo, quella bisogna vederla da vicino.
Ho visto Zoff a Roma che camminava con un gruppo di
amici, aveva la faccia da Zoff, inespressiva alla Zoff, ma
non antipatica, inespressiva simpatica, simpatica come
il suo cognone: Zoff. Simpatica come le sue parate nell'82.
Ho visto anche un quasi famoso ma quasi quasi non ricordo
che tipo di quasi era, però l'ho visto, l'ho quasi visto, e aveva
attorno tante quasi persone che gli chiedevano un quasi
autografo, e ho pensato, ho quasi pensato che...boh.
Ho visto Marco Ferreri in un cinema che presentava il suo
capolavoro, la Grande Abbuffata, a uno studente che gli
chiedeva l'intima relazione psicologica tra i personaggi
femminili e maschili dei suoi film lui ha risposto : " Faccio
film sul cazzo e sulla fica ". Poi si è alzato ed è uscito dal
cinema guardandoci con un filo di disprezzo affettuoso.
E ogni mattina davanti allo specchio vedo un uomo che
mi sembra famoso, sono sicuro di averlo già visto da
qualche parte, mi sembra una faccia nota, ma non ho
ancora capito chi cazzo sia, domani glielo chiedo.

IO E GLI ALTRI

Sono ossessionato da me stesso, sono un incidente frontale
costante con la mia singolarità, e solo gli altri possono curarmi.

INTRAVEDO

Intravedo nel mio modo d'essere, nel mio particolarissimo modo
d'essere, una possibilità di strofinamento con il divino, una sorta
di tribadismo tra la mia parte femminile e la parte femminile di
Dio o del mistero. E se anche Dio fosse solo una pozzanghera
oscura, troppo oscura per le mani e gli occhi, troppo oscura per
la mente e i suoi confini musicali,anche se Dio fosse solo una
tragica trappola per topi, lo stesso avrei un brivido erotico, una
riconoscenza mortale, un sentimento di compassione di viscere,
e di grazia mescolata al gemito, perché vivere è una sorgente
che è sete di se stessa, e noi viviamo nell'eco di questa sete.

LA CANZONE NEL CASSETTO


Ebbene sì, anche io ho scritto una canzone, si chiama
UAZZA PATAZZA SONG, ecco il breve testo:
Uazza patazza song
la canzone che fa gong
Le chiavi le ho messe sempre
nelle serrature sbagliate
ohhhh, uazza patazza song
la canzone che fa gong
le porte si aprivano lo stesso
ma la faccia di chi apriva era chiusa
ohhhh, uazza patazza song
la canzone che fa gong
il suicidio è un autostop
uazza patazza song
il suicidio è un autostop
uazza patazza gong
( ho mandato il testo a Sanremo ma non
mi hanno risposto )

mercoledì 16 settembre 2015

RINGRAZIAMENTO DELL'AUTORE

Vorrei ringraziare tutti coloro che seguono questo blog, pochi ma buoni.
Mi fate sorridere, riflettere, e a volte incazzare, meglio di così non si può.
Ormai si è formata una strana forma di affetto a distanza, questo credo sia
possibile perché sono uno vero, nel senso che se mi incontrate di persona
non sono per nulla diverso, giusto qualche sfumatura in più. Vorrei conoscervi
di persona tutti, uno a uno, per alcuni è già successo, vorrei essere ospite
a cena, la mamma toscana mi ha passato questo piacere di stare a tavola.
E anche voi se passate da Milano sarete miei ospiti. Anche il Fosca.

QUANDO MUORE L'AVVENTURA

Era considerato un artista scomodo anche se amava le comodità.
Lui non si considerava un artista, non si considerava proprio.
Viveva come un estraneo dentro se stesso. Era un clandestino
della realtà. Amava le donne che ancheggiano nella notte e non
poteva amare quelle che non sanno dialogare con i lampioni.
Amava tutto ciò che si può trafiggere con un tacco a spillo.
Quando lo invitavano ai matrimoni trovava deliziosi gli antipasti,
ma il resto era di una noia mortale, tanto rumore per nulla, e il
nulla erano gli sposi, gli invitati, i fotografi, i camerieri e lo spettro
di una luna di miele turistica, l'infinita tristezza dei tropici, di una
sposa con l'immaginario da cartolina, e di uno sposo inamidato.
Allora sognava Sandokan, invocava Sandokan, e in cuor suo
avrebbe voluto essere Sandokan, e guardare con occhi di brace
la sposa per donarle almeno un brivido in tutta quella finta gioia.
Finta anche se vera. Finta perché Sandokan non era tra gli
invitati, c'erano solo i soliti architetti, i soliti programmatori, i soliti
idraulici, i soliti insegnanti, le solite maestrine, i soliti mammapapà,
i soliti nonni, i soliti amici, ma di Sandokan nemmeno una traccia.
E si sa, un matrimonio senza Sandokan è di una noia mortale.

UNA SERATA CON TONY