mercoledì 24 agosto 2022

LA FIGURA DI CACCA

I tre amici al tavolo del ristorante avevano voglia di raccontarsi le più grandi figure di cacca
della loro vita, l'estate porta a questi momenti di sincerità. Fu Tizi il primo a buttarsi mentre
erano in attesa di un vassoio di pennette rosa all'astice. Rob e Ric si pregustavano le risate
asciugando bicchieri di vino bianco in un sorso. "Allora ragazzi, viaggio in Messico con un
caro amico, siamo negli anni Novanta, io ho appena fatto il militare e ho una grande
voglia di divertirmi, il mio amico sta per sposarsi e si concede l'ultimo viaggio da scapolo.
Conosciamo ad Acapulco due ragazze ricche che ci invitano nel loro albergo di lusso con
una piscina enorme e azzurra come il cielo, mentre stiamo giocando a palla a volo in piscina,
io e il mio amico sentiamo all'improvviso una fitta allo stomaco, il mio amico si dirige
subito verso la scaletta e inizia a correre cagandosi nel costume, io faccio la cazzata di
andare verso il bordo della piscina e nello sforzo per tirarmi su evacuo tutto nella piscina,
una scia di merda impressionante in tutto quell'azzurro, c'è un fuggi fuggi generale, le
mamme urlano e portano via i bambini, tutti scappano, arrivano quelli della sicurezza,
ma anche io, tutto colante di merda, riesco a scappare verso il mare e raggiungo il mio
amico, ci laviamo nel mare, dopo due ore torniamo nell'albergo e per fortuna le due
ragazze ricche ci rendono gli zainetti, ma con un'espressione piena di disgusto, e
ovviamente tutti i progetti di scoparsele vanno in fumo, anzi, in merda". Rob e Ric non
credono alle proprie orecchie, "ma questa è veramente una figura di cacca colossale,
non ne ho mai sentita una simile, ma dici sul serio Tizi? Hai cagato in una piscina
a cinque stelle?" "ve lo giuro su mia figlia, Montezuma sapete, non si scappa alla sua
maledizione, saranno stati quei maledetti cubetti di ghiaccio nel gin tonic". Dio mio,
era veramente la figura di cacca delle figure di cacca, arrivò il vassoio con le pennette
in salsa rosa all'astice, "e ora tocca a voi ragazzi, raccontatemi le vostre figure di cacca".
Ric e Rob si guardarono, cercarono nella memoria qualcosa di lontanamente paragonabile
a quell'immensa figura di cacca appena sentita, ma non riuscirono a trovarla.
Ric disse "Tizi, restiamo così, con l'immagine di quella piscina azzurra in Messico,
lordata dalla tua diarrea, mentre tutti urlano ed escono e la sicurezza dell'albergo
arriva minacciosa, mentre tu e il tuo amico, con i costumi pieni di merda colante
ve la svignate di gran corsa verso il mare, tutto quello che potremmo dirti non sarebbe
all'altezza, la tua diarrea nel cloro, il Messico, le due ragazze ricche che vi vedono
scappare, nessuna nostra figura di cacca può reggere il confronto, quindi non lasciamo
freddare queste meravigliose pennette rosa e diamoci dentro". Tizi sorrise compiaciuto
"sapevo che vi avrei colto di sorpresa, ma non vi ho detto una cosa, questa è solo
la seconda figura di cacca più grande della mia vita..." A questo punto la curiosità
era veramente troppa, lasciarono freddare le pennette e si misero in ascolto della
più grande figura di cacca nella vita del loro amico Tizi, ma questa figura di cacca
il lettore dovrà immaginarsela, noi non abbiamo il coraggio di raccontarvela.

LA RAGAZZA IN BICICLETTA

La ragazza passò al tramonto sulla sua bicicletta azzurra, le cosce tornite e dorate, i capelli
al vento, un sorriso enigmatico sul volto e fu amore, amore incantevole, amore incantato, 
magia. Ted si mise a correre dietro alla ragazza, si chiamava Taddeo ma per gli amici era
semplicemente Ted. La ragazza si fermò a un semaforo e Ted la raggiunse tutto trafelato.
"Ti prego, ti prego, ti prego, fermati un attimo, sono sconvolto, sono innamorato, ma non
di te, sono innamorato di te su questa bicicletta, di te che pedali e mostri le cosce e del
mare che respira, e di questo cielo insanguinato da una stella che chiamiamo sole. Ti prego,
ti prego, dimmi come ti chiami e poi torna a pedalare e io tornerò a inseguirti fino a quando
non mi mancherà il fiato e mi accascerò a terra come un sacco vuoto". La ragazza sorrise,
non era più un sorriso enigmatico, ma un sorriso di compassione "ma signore, lei potrebbe
essere mio nonno, comunque mi chiamo Fiamma, arrivederci". "Fiamma...", scattò il
verde e Fiamma tornò a pedalare, sempre più velocemente, forse impaurita da quel
vecchio ansimante e bizzarro. A Ted mancò il fiato e si appoggiò a una staccionata.
Un nonno, sono un cazzo di nonno, pensava con sconforto. Devo smetterla di farmi
chiamare Ted, sono Taddeo, un nonno di nome Taddeo, che figura, che essere ridicolo.
Una lacrima amara solcò il suo volto rugoso, mentre Fiamma, raggiunto il pontile, si
stava già baciando con il suo innamorato. Il sole ormai era tramontato del tutto. Taddeo
rientrò a casa sotto le stelle. Sua moglie era già a letto, se lui era il nonno, la moglie
era la nonna. Invecchiare è atroce, invecchiare è un crimine. Anche Taddeo sentì la
voglia di dormire, si tolse i pantaloni, le mutande e il pannolone bagnato, soffriva da
qualche anno di incontinenza. Si infilò a letto vicino alla nonna e chiuse gli occhi.  


martedì 23 agosto 2022

LA TECNICA TORELLETTI

Cristina Torelletti teneva in pugno Iacopo Sequo. La Torelletti era l'unica donna in grado
di praticare alla perfezione un pompino speciale che faceva impazzire Iacopo. Questo
pompino era invenzione della stessa Torelletti, infatti fu registrato come pompino Torelletti
e brevettato alla IPM (Invenzione Pompini Mondiali). In che cosa consiste il pompino
Torelletti? E'presto detto: si tratta di colpire ripetutamente con la lingua il meato della
cappella della vittima, ma nel contempo praticare il "grattino fluido sensuale" allo scroto,
ci vuole abilità, ritmo, tecnica, tutto deve essere perfetto, dai colpettini ai grattini, e
per i grattini ci voleva una lunghezza precisa delle unghie che solo la Torrelletti conosceva,
insomma, come in tutte le cose la perfezione si annida nei dettagli. Questa tecnica
pompinatoria produceva un tipo di eiaculazione rarissima, l'eiaculazione MORSE,
lo sperma usciva a schizzi e poi fluido, a schizzi e poi fluido, a schizzi e poi fluido...
ed era l'estasi, l'assoluto sceso in terra, la dannzaione per ogni uomo vivente.
Quindi Cristina teneva per i coglioni Iacopo, in ogni senso. Lei poteva tradirlo quando
desiderava, lui no. Lei poteva comprarsi qualsiasi cosa con i soldi di Iacopo e lui
doveva stare solo zitto, le poche volte che tentò una lieve ribellione, Cristina lo
minacciò "guarda che se continui così non ti faccio più i miei pompini manco se
me li chiedi in ginocchio, chiaro?'". E Iacopo muto, e Iacopo zitto. Perché? Lo sapete
il perché: Iacopo Sequo adorva i pompini Torelletti, non poteva farne a meno.
Pensava a quei pompini ogni giorno, sul lavoro, al supermercato, in auto e anche le poche
volte che andava in chiesa a salutare un suo amico prete. Pure davanti al crocifisso
Iacopo pensava alla tecnica Torelletti. Si era confidato (non confessato, Iacopo era
ateo) con Giovanni, l'amico prete, gli aveva detto di essere stregato e prigioniero
di una donna, ma ancora più precisamente: di una tecnica sessuale orale. Giovanni
aveva pietà del suo amico ma gli voleva bene, fu inutile fargli notare la natura effimera 
dei piaceri della carne, fu inutile ovviamente parlargli di Dio o della temperanza o
della sublimazione del piacere, niente da fare, ogni argomento si scontrava con
quell'espressione vagamente idiota che Iacopo assumeva non appena gli tornava in
mente il pompino Torelletti. Era drogato, invasato, schiavo. Nulla da fare.
La Torelletti ne approfittava, ridusse sul lastrico il povero Iacopo, si fece rifare le tette
e il culo, si fece anche ridurre il naso di qualche millimetro per un suo vezzo,
pretendeva gioielli, viaggi con amanti in isole tropicali, macchine da corsa e anche
vestiti di alta moda. Tutto con i soldi di Iacopo, e otteneva qualsiasi cosa.
E Iacopo zitto. E Iacopo muto. In pochi anni Iacopo finì l'eredità di famiglia e
ovviamente Cristina Torelletti lo lasciò senza pietà. Iacopo però non si uccise,
non cadde in disperazione, anche solo il ricordo di quei pompini era per lui una
gioia, averli avuti un dono ineffabile, un privilegio per pochi eletti (quanti amanti
avrà avuto Cristina? Anche se fossero 200, sarebbero pochi eletti rispetto alla
popolazione maschile mondiale), era così forte e travolgente la sua dipendenza
che Iacopo visse gli anni restanti pensando alla tecnica Torelletti e prima di morire
gridò "Cristina, mi hai reso un uomo felice!". Che dire? Chi non ha provato il
pompino Torelletti non può capire di che cosa stiamo parlando. Colpetti ritmici
di lingua nel meato, in simbiosi con "grattini fluidi sensuali" sullo scroto, e
lunghezza delle unghie perfetta conosciuta solo dalla Torelletti, c'è chi immaginò
un'unghia più lunga delle altre, forse quella del medio, ma nessuno seppe mai
veramente con esattezza dove si nascondesse la perfezione, lo stesso Iacopo
non lo sapeva, era talmente in estasi che non capiva più nulla, dopo il pompino
Torelletti sapeva solo inginocchiarsi, piangere e ringraziare la sua dea orale.
Vogliamo condannare Iacopo Sequo? Vogliamo considerarlo un imbecille e
un superficiale? Fatelo voi, io non me la sento di giudicarlo. Saluti.

SEPOLTO VIVO!

Gianni Musumeci fu sepolto vivo a Barletta. Aveva vissuto gran parte della sua vita a Los Angeles,
ma gli ultimi anni volle passarli a Barletta nella casa in cui era nato. Fu un caso più unico che raro
di morte apparente, e c'è anche un proverbio: mai fidarsi delle apparenze. Epure fu sepolto vivo, il
suo cuore riprese a battere dentro la bara, proprio mentre la stavano calando nella fossa. Quella di
essere sepolti vivi era una paura di famiglia, Gianni ricordava la nonna che si raccomandava di
ficcarle un coltello in pancia nella bara, "ma cara nonna, non potrei mai, ti assicuro che sarai morta"
"no, devi promettermelo Gianni, devi ficcarmi un coltello in pancia se mi vedi nella bara".
La nonna morì, ma Gianni non le ficcò un coltello in pancia, era proprio morta, senza appello.
Appena Gianni si accorse dell'inconveniente di essere vivo dentro una bara in movimento, iniziò
ad urlare con tutte le sue forze e a battere con le mani sul coperchio della bara. Per fortuna
zio Alfio aveva ancora un buon udito "che mi venga un colpo se questa non è la voce del mio
nipotino Gianni". Issarono la bara, la scoperchiarono e Gianni uscì a respirare a cielo aperto.
"Chi mi ha messo addosso questo vestito di merda?" era felice e incazzato al tempo stesso.
Lo zio Aflio svenne per l'emozione. I pochi amici presenti esultarono "hai vinto la morte Gianni,
tu hai vinto la morte!". Il giorno dopo tutta Barletta era in festa e Gianni venne acclamato come
un Cristo risorto, la stampa accorse da tutte le parti d'Italia per intervistare il "morto vivente".
Passarono altri 5 anni in cui Gianni ebbe anche delle inaspettate avventure sessuali senili, alcune
ragazze vivaci gli concessero le loro grazie, "non ho mai fatto sesso con un morto, sono tua,
prendimi!" gli disse una ventenne formosa dallo sguardo allucinato. Poco prima di morire, questa
volta sul serio, Gianni invitò a cena lo zio Alfio e gli disse "se mi vedi nella bara, devi ficcarmi
un coltello in pancia, capito zio Alfio? Devi promettermelo" "va bene figliolo, conta su di me".
Gianni se la sentiva addosso la fine, infatti morì pochi giorno dopo la cena con zio Alfio.
Nella camera ardente c'era il suo cadavere pietrificato, ben tre medici decretarono la sua
morte irrevocabile, nessuna possibilità di una resurrezione, Gianni era morto stecchito.
Un giornalista scrisse che -un vecchietto spelacchiato di punto in bianco ha ficcato un coltello
nella pancia di Gianni Musumeci, "l'ho fatto per mantenere la mia promessa" urlava mentre
lo portavano via, poi si è scoperto che si trattava dello zio del Musumeci...- Gianni fu sepolto,
nessun grido, nessun pugno sul coperchio della bara a questo giro, la morte era arrivata
finalmente, la morte eterna, perfetta, insossidabile, irredimibile, la morte vera: senza vita.



ADELAIDE ASSASSINA

Mentre accarezzava il suo gatto, Adelaide decise di uccidere Luigi. Era una limpida notte 
di maggio, limpida come la mente e la decisione appena presa. Luigi era una brava persona,
un bravo marito e un bravo padre, ma non l'aveva resa felice, e questo agli occhi di Adelaide
era imperdonabile, Luigi meritava di morire. Avrebbe potuto lasciarlo, ma non sarebbe stato
carino nei confronti di Luigi, avrebbe gettato il marito innamoratissimo nella disperazione,
e questo Luigi non lo meritava, meritava la morte, la fine, non l'infelicità. "Perché mi guardi
così?" chiese Luigi, "no, niente caro, dormi pure, stavo pensando solo che sei un bravo
marito e che forse non ti merito", continuava ad accarezzare la sua gatta, "ma che cosa dici
amore mio? Sei strana, non dirle più queste sciocchezze, che cosa ti salta in mente alle due
di notte? Lo sai benissimo che tu meriti tutte le mie attenzioni, ora dormi, fai la brava".
E Luigi si mise a ronfare come un bravo maritino. Adelaide, facendo attenzione a non
svegliarlo, lo scoprì, e gli abbassò le mutande, si mise a osservare quella spugnetta carnosa
che aveva fra le gambe, quel cazzetto insignificante, il cazzetto che aveva preso due volte
alla settimana per 20 anni di seguito, senza mai tradirlo, senza mai conoscere altri cazzi,
altri uomini. Arrivò vergine al matrimonio, e quel cazzetto che ora dormiva afflosciato
vicino a lei, era stato l'unico cazzo della sua vita. Ma come ho potuto essere così stronza?
Come ho potuto donare tutta la mia femminilità a questo coso senza spessore? Le montò
dentro una rabbia assassina, quell'uomo l'aveva ingannata, non le aveva detto che aveva
un cazzo mediocre quando le faceva la corte, invece dovrebbe essere la prima cosa da dire,
da denunciare! "Ti amo Adelaide, ma prima devo confessarti che ho un cazzo assolutamente
normale, quasi mediocre, un cazzo senza personalità", queste erano le parole da pronunciare
preventivamente a una donna che si corteggia, era una questione di onestà. Invece dopo
la prima notte di sesso era rimasta incinta e lei non se la sentiva di dire a Luigi "niente da
fare, caro mio, il tuo cazzo mi ha delusa", e poi cercò di convincersi che comunque era
una brava persona, che sarebbe stato un ottimo marito, che aveva una posizione sociale
ragguardevole. Tutte le qualità che Luigi effettivamente dimostrò durante il ventennio
del loro matrimonio, ora erano quasi dei capi di accusa, erano un'aggravante, fosse 
stato un marito stronzo, sarebbe stato molto più facile prendere il martello in cucina e
fracassargli la testa, invece Adelaide esitava, anche se ormai la decisione era netta.
Ci fu un momento in cui pensò di farsi un amante degno di questo nome, un uomo che
la scopasse con vigore, fantasia e passione, ma poi rifiutò l'idea perché non sarebbe
stato "carino" nei confronti di Luigi. Per carino Adelaide intendeva etico. Sarebbe stata
solo una stronza, una come tante, una donna infelice sessualmente che tradisce il
marito, quante ce ne sono? Tantissime. No, fracassargli la testa col martello era la cosa
più giusta, più "carina", più etica. Era un'idea che le frullava in testa già da dieci anni,
e le ci vollero altri dieci anni per decidere di metterla in pratica. Adelaide si alzò dal
letto, la gatta la seguì in cucina miagolando e facendo le fusa, strofinandosi alle sue
gambe. Adelaide prese in mano il martello, guardò fuori dalla finestra la luna, poi
ritornò in camera da letto stringendo il martello, appoggiò il martello sulla tempia di
Luigi che stava ronfando ignaro di tutto, alzò il martello e..."mamma, che stai facendo?"
disse la piccola Luisa strofinandosi gli occhi, "ho avuto un incubo mamma", la
bambina stava mettendosi a piangere, Adelaide fece rotolare il martello sotto il letto
e abbracciò la figlia "piccola, piccola mia, vieni qui a letto con mamma e papà".
Luigi si svegliò, ma Adelaide lo rassicurò "niente caro, torna a dormire, è uno dei
soliti incubi di Luisa, dorme con noi stanotte". Adelaide si alzò presto, rimise a
posto il martello e preparò la colazione per tutta la famiglia, per il bravo marito,
per la figlia Luisa e per Lucio, l'altro figlio. Fu una mattina come tante, Luigi dopo
la colazione andò a farsi la barba davanti allo specchio, canticchiando come al solito.
Luisa e Lucio si prepararono per andare a scuola. Adelaide restò da sola in cucina.
Fu una moglie infelice per il resto della sua vita.

lunedì 22 agosto 2022

IL NON LETTORE DI LIBRI

Igor Millesi non leggeva libri. Ai libri preferiva qualsiasi cosa, anche le crepe sui muri.
"Perché dovrei leggere un libro? La vita è così bella, non c'è bisogno di aggiungere parole.
Ci sono i volti da leggere, tante altre cose, anche le situazioni, a me piace leggere i volti
e le situazioni, perché dovrei farmi inquinare la mente dalla mente di un altro?".
Igor viveva nella purezza sorgiva di se stesso, non voleva altro che se stesso, non leggeva
libri, la sua ignoranza era la sua innocenza, il suo contatto epidermico col mondo.
Amava ascoltare i tamburi africani, amava il ritmo, non aveva bisogno d'altro per nutrire
la sua anima affamata di vita e di ritmo. Ascoltare i battiti del cuore della sua donna era
la sua cultura. Igor aveva una diffidenza istintiva verso gli scrittori, un giorno un amico
lo trascinò alla presentazione di un libro e vide solo vanità e vacuità. Si annoiò a morte,
durante la presentazione pensò per tutto il tempo alle tigri, alle giraffe e ai rinoceronti.
Disse all'amico "non mi freghi più, non ti seguirò mai più a sentire parole noiose di
gente noiosa che parla di libri sicuramente noiosi e senza vita". Gli altri non hanno nulla
da insegnarmi che non sia già scritto sui loro volti, questo pensava Igor Millesi.
Gli uomini hanno già un volto, perché scrivere anche un libro? Per tradire il proprio
volto, per camuffarlo, per mettersi altre maschere, per confondere, per una sorta di
mancanza di energia vitale. I gesti sono più importanti dei libri, le azioni contano di
più di ogni parola scritta. A che gli faceva notare che la scrittura è azione, gesto ed
energia, lui rispondeva che la scrittura era solo una caricatura di tutto questo. A chi
gli suggeriva di pensare ai libri come a dei continenti da esplorare, lui rispondeva che
preferiva volare, prendere un biglietto aereo, mischiarsi tra la gente vera, perdersi
nelle stradine di una città, a chi gli obiettava che una casa senza libri è una stalla, lui
rispondeva che preferiva vivere tra i bovini e gli equini, preferiva mungere una mucca,
mentre mungere una pagina con gli occhi gli sembrava un'assurdità e una perdita di
tempo. Meglio una ferita, una cicatrice, anche un morso, meglio un temporale.
Per lui le biblioteche potevano fare tutte la stessa fine della biblioteca d'Alessandria,
un grande rogo, e forse il mondo sarebbe rinato a se stesso, libero e puro, senza
la zavorra di tutte le parole scritte nel corso dei secoli. Solo il ritmo contava, il ritmo
del cuore. Nemmeno l'amore, l'amore era solo cattiva letteratura, inganno e tradimento.
Le parole inquinano, le parole rendono torbida la superficie cristallina del mondo. 
A chi protestava, a chi gli diceva che la poesia rivela invece l'essenza delle cose,
lui rispondeva dando un morso a una mela, se c'era una mela a portata di mano.
Il ritmo, solo il ritmo conta. Il ritmo e la vertigine. Il cuore e il precipizio. Non c'è
altro. Non abbiamo bisogno di libri. A chi cercava di fargli notare che lui stava
esprimendo dei concetti attraverso le parole, che anche lui si serviva di un vocabolario,
Igor Millesi rispondeva che era solo una tragica necessità perché anche lui era
un animale politico e sociale, fosse stato per lui avrebbe comunicato solo con
il ritmo dei suoi gesti, dei suoi respiri, con la musica delle sue azioni, anche con un
grido o un pianto, ma senza le parole che hanno solo la funzione di tradire la vita.
"Ma tu come hai conquistato la tua donna" gli chiese un giorno un'amica. E lui
rispose "leccandole il collo". E Omero? E Dante? E Shakesperare? Meglio un
pomodoro rosso nella mia mano, così replicava Igor Millesi. Era veramente un
uomo ignorante e senza la sua ignoranza si sarebbe sentito un uomo senza vita.
E la Bibbia? Meglio un albergo a cinque stelle con la Spa. Non c'era nulla da fare,
a Igor Millesi non piacevano i libri, si sarebbe fatto castrare piuttosto che perdere
tempo tra le pagine di un libro, "guarda quel prato, guarda quanti fiori, leggi
il gioco del vento sull'erba, non ti basta? Perché devi leggere anche un libro?"
"perché la vita non mi basta" gli disse il suo amico più caro, "se la vita non ti
basta, se le stelle e i fiori non ti bastano, non sei un uomo sano, sei malato caro
amico mio". Insomma, diciamolo chiaramente: Igor Millesi era una cazzo di capra.

GIANNI CRAZZO

Gianni Crazzo si presentava a tutte quelle che gli piacevano dicendo: "Ciao, sono Gianni Crazzo
e il mio cognome fa rima con la parte più grande di me, vuoi scopare?". Molte donne dicevano
di sì, una disse "Ok, mi sei simpatico, vai subito al sodo, non sei noioso, vediamo se a letto sei
altrettanto efficace". Aveva un certo successo anche perché Gianni Crazzo scopava bene, sapeva
prenderle con la giusta forza, le ribaltava, le sculacciava, le leccava, anzi: mangiava la fica.
Aveva un ottimo atrezzo, lungo e largo e una cappella di tutto rispetto. E soprattutto sapeva
muoversi, spinte pelviche maschie, a volte implacabili, soprattutto sul finale. Alcune però
reagivano male "non me ne frega un cazzo del suo cazzo signor Gianni Crazzo". Ma Gianni
accettava i rifiuti con eleganza, si toglieva il parrucchino, si inchinava e se ne andava via.
Gianni Crazzo era un rappresentante di scarpe di lusso. Guadagnava bene, viaggiava su una
Alfa Romeo Spider Cabrio rossa, il classico dei classici, e si vestiva con camicie bianche
sbottonate fino ai capezzoli e pantaloni di lino, anche in inverno, e non aveva mai probelmi
di salute: mai una febbre, mai un raffreddore, mai un mal di testa. Insomma: scoppiava di salute.
Fumava Gitanes, aveva una cicatrice sul volto che lo rendeva molto sexy, un naso da pugile,
un sorriso smagliante, non era sposato, non aveva figli, amava la musica classica, soprattutto
Mozart. La sua casa era uno scannatoio: divani di pelle, luci soffuse, oggetti di design, e
anche qualche quadro non banale appeso alle pareti, per non parlare della sua terrazza con
divanetto di vimini, piante tropicali, carrello bar con tutte le bottiglie possibili. Le donne
impazzivano per Gianni Crazzo, era divertente, non tanta cultura da imbarazzare, la giusta
cultura per non fare la figura della testa vuota, e tante passioni: lo sci di fondo, il nuoto,
il paracadutismo, i vasi antichi, le maschere africane, la cucina, i viaggi e la cocaina.
Quando iniziò a perdere capelli non ne fece un dramma, andò allo specchio e si fece una
grande risata da quasi calvo. Però usava il parrucchino, non per nascondere la pelata, no, non
era preoccupato della pelata, usava il parrucchino perché quando portava le donne nel
suo scannatoio diceva "e ora fammi un pompino violento da farmi saltare via il parrucchino".
Una notte, una certa Giulia Mastrocchi, gli fece un pompino così violento che il parrucchino
di Gianni Crazzo finì sul lampadario. Con Giulia ebba una relazione di alcuni mesi, la storia
più lunga della sua vita di scopatore incallito. Collezionava le mutandine di tutte le donne
con cui era stato e ci riempiva il cassettone della camera da letto. Una sera Gianni Crazzo
era sulla terrazza a godersi un Martini, era insolitamente pensieroso, si grattò il collo,
si tolse l'orologio perché aveva la sensazione che gli stesse stritolando il polso, si sbottonò
la camicia fino in fondo, se la tolse, iniziò ad avvertire un prurito al cazzo molto forte,
la fronte si imperlò di sudore, si levò i pantaloni, le mutande, e sentì un calore fortissimo
sulle palle e sul cazzo, dal cielo un UFO lo stava colpendo con un laser proprio sui genitali,
e vide una cosa mostruosa: il cazzo si scioglieva come burro e poco a poco una voragine slabbrata 
prese il suo posto, era una sorta di fica mostruosa e purulenta che mandava odore di pesce.
Gianni Crazzo ebbe la sfortuna di imbattersi nei MICRONSPUTTAN, una stirpe aliena
che odiava tutti gli scopatori e trasformava i genitali maschili in fiche aliene orribili.
I MICRONSPUTTAN avevano appunto ideato un raggio laser che agiva in pochi minuti.
Fu così che Gianni Crazzo si lanciò dalla sua terrazza e si schiantò sull'asfalto dopo
otto piani di volo. Mentre precipitava urlò "W la fica!" e gli volò il parrucchino che
finì nella piscina di Dorothy Lemm, una pornostrar in pensione che stava morendo
proprio in quel momento, nel momento in cui il parrucchino di Crazzo finì nella sua
piscina azzurra. Giulia Mastrocchi fu l'unica che pianse al suo funerale, le altre ridevano.