domenica 10 giugno 2018
LA PICCOLA GIULIA
Giulia, 6 anni, due grandi occhi di un azzurro caldo, gioca con le sue bambole, le coccola, le pettina, le prepara per la notte, le mette a letto e canta una ninnananna, poi Giulia dice: "Mamma, quando gioco sono proprio una brava persona, vero?".
sabato 9 giugno 2018
CIAO RAGAZZI!
Ciao ragazzi! Mi siete simpatici, potete fare quel cazzo che volete sul mio blog.
La spirale mi piace, mi ricorda Hitchcock e Saul Bass. Su Fellini il pensiero non
era negativo, a parte Giulietta degli spiriti e l'ultimo film sulla voce della luna,
Fellini resta un grandissimo che amo, ma da 8 1/2 in poi il suo stile cambia
registro, diventa visionario tout court, con la Dolce vita a fare da cerniera tra
i due stili, anche se il finale del Bidone resta forse il Fellini più visionario, in
un certo senso. Perché leggere Guerra e pace? Semplice, perché è un grande
romanzo di un grande scrittore. Non ho 50 anni, ne ho 49, e ho la pelle fresca
come il culetto di un bambino anche se io amo la pelle rovinata dal vaiolo, la
trovo sexy, e il mio cazzo diventa duro con la facilità di un pensiero.
Freddy, sono tutte cazzate. Non fare l'Obelix che è caduto nella pentola, ci
sono ancora tante cose da scoprire e da leggere. Tu sopravvaluti la vita, la vita
non vale niente, è un microbo nel culo dell'universo, quello che conta è solo
l'opera, l'arte, la fatica dell'uomo. E il piacere. Capito? testa di ciuccio!
Tu puoi dire tutte le fregne che vuoi sulla mia opera, stai parlando con il
più grande videoritrattista vivente, punto. Se come idraulico valessi un
milionesimo della mia arte saresti il più grande idraulico della terra: il re
degli stronzi liquefatti. E forse già lo sei, quindi sorridi e bevi alla mia salute.
La spirale mi piace, mi ricorda Hitchcock e Saul Bass. Su Fellini il pensiero non
era negativo, a parte Giulietta degli spiriti e l'ultimo film sulla voce della luna,
Fellini resta un grandissimo che amo, ma da 8 1/2 in poi il suo stile cambia
registro, diventa visionario tout court, con la Dolce vita a fare da cerniera tra
i due stili, anche se il finale del Bidone resta forse il Fellini più visionario, in
un certo senso. Perché leggere Guerra e pace? Semplice, perché è un grande
romanzo di un grande scrittore. Non ho 50 anni, ne ho 49, e ho la pelle fresca
come il culetto di un bambino anche se io amo la pelle rovinata dal vaiolo, la
trovo sexy, e il mio cazzo diventa duro con la facilità di un pensiero.
Freddy, sono tutte cazzate. Non fare l'Obelix che è caduto nella pentola, ci
sono ancora tante cose da scoprire e da leggere. Tu sopravvaluti la vita, la vita
non vale niente, è un microbo nel culo dell'universo, quello che conta è solo
l'opera, l'arte, la fatica dell'uomo. E il piacere. Capito? testa di ciuccio!
Tu puoi dire tutte le fregne che vuoi sulla mia opera, stai parlando con il
più grande videoritrattista vivente, punto. Se come idraulico valessi un
milionesimo della mia arte saresti il più grande idraulico della terra: il re
degli stronzi liquefatti. E forse già lo sei, quindi sorridi e bevi alla mia salute.
venerdì 8 giugno 2018
HO SBAGLIATO
Ho sbagliato, ho sbagliato, non è giusto imporre qualcosa, un blogger
deve solo proporre. Il disagio, se volete, proveniva dal constatare che
questo blog si sta trasformando ormai da tempo in un salottino privato,
la cosa non mi dispiace in realtà ma solo perché sono un pettegolo e
ho un'anima da portinaia metafisica. C'è probabilmente anche un problema
che mi riguarda, che riguarda ogni artista o autore, ed è la capacità
di rinnovarsi, ma è difficile, la mia strada ormai è questa: monologhi,
ritratti, qualche documentario, poesie (meglio: tentativi di poesie) e
articoli sul Fatto. Il mio stile è questo. Forse c'è della stanchezza da
parte vostra e anche da parte mia. Rinnovarsi è la cosa più ardua,
trovare nuovi stimoli, nuova linfa creativa, lo stesso Fellini non ha fatto
altro che ripetere se stesso da 8 1/2 in poi. Il punto forse è ripetersi
ma con maggiore intensità e consapevolezza, lo stesso discorso vale
per Woody Allen, quindi vale anche per il grande Ricky Farina.
Non bisogna perdere lo smalto ma non è per niente facile, credo che
sia importante fare, fare e fare e disfare, a volte prendersi anche delle
pause sacrosante o attendere il momento giusto. In mezzo al fare
nasceranno altri lavori interessanti, per ora dovete accontentarvi di
un Ricky Farina di questo livello, che sia chiaro: è sempre un livello
superiore alla media dei blogger esistenti. Su questo nessun dubbio.
Il primo dovere di un artista è quello di essere presuntuoso.
deve solo proporre. Il disagio, se volete, proveniva dal constatare che
questo blog si sta trasformando ormai da tempo in un salottino privato,
la cosa non mi dispiace in realtà ma solo perché sono un pettegolo e
ho un'anima da portinaia metafisica. C'è probabilmente anche un problema
che mi riguarda, che riguarda ogni artista o autore, ed è la capacità
di rinnovarsi, ma è difficile, la mia strada ormai è questa: monologhi,
ritratti, qualche documentario, poesie (meglio: tentativi di poesie) e
articoli sul Fatto. Il mio stile è questo. Forse c'è della stanchezza da
parte vostra e anche da parte mia. Rinnovarsi è la cosa più ardua,
trovare nuovi stimoli, nuova linfa creativa, lo stesso Fellini non ha fatto
altro che ripetere se stesso da 8 1/2 in poi. Il punto forse è ripetersi
ma con maggiore intensità e consapevolezza, lo stesso discorso vale
per Woody Allen, quindi vale anche per il grande Ricky Farina.
Non bisogna perdere lo smalto ma non è per niente facile, credo che
sia importante fare, fare e fare e disfare, a volte prendersi anche delle
pause sacrosante o attendere il momento giusto. In mezzo al fare
nasceranno altri lavori interessanti, per ora dovete accontentarvi di
un Ricky Farina di questo livello, che sia chiaro: è sempre un livello
superiore alla media dei blogger esistenti. Su questo nessun dubbio.
Il primo dovere di un artista è quello di essere presuntuoso.
giovedì 7 giugno 2018
IL RIFLETTORE DI DAMOCLE di Roberto Farina
Da bambino, guardando la gara dei Cento metri in televisione, seguivo sempre l’ultimo. Non ci potevo fare nulla, a me interessava lui. E quando le telecamere si puntavano sul vincitore, io fantasticavo sul perdente: lui in quei pochi secondi aveva perso tutto. Come avrebbe reagito? Chi era? Perché le telecamere lo ignoravano? Perché nessuno pensava a lui? Insomma: qual era la sua storia? A me interessava quell’uomo lontano dai riflettori, mica quell’altro che saltellava a braccia levate.
Non mi sono mai piaciuti i riflettori. Una volta, lavorando a un concerto, me ne è quasi caduto uno in testa. Anzi, non uno, più d’uno, un bel grappolo di riflettori. Cadde a due, tre metri da me. Un fragore. Io sobbalzai come scosso da un terremoto sussultorio di un decimo di secondo, ma potente. L’addetto alla sicurezza, un capellone tutto tatuaggi, mi guardò stupito con la bocca a culo di gallina e disse: “Ops”. Io dissi “Heh” e me andai verso l’uscita. Il capellone tatuato chiese spiegazioni. “Ma dove vai” “Al cesso” “Ma i cessi sono di là” “Io cago solo nel cesso di casa mia. Ciao”. Attraversai Milano a piedi, in piena notte. Erano le prove di un concerto di Vasco Rossi. Un privilegio, assistervi. Ma sai che me ne fregava. A casa avevo il cd. Un bel cd e niente riflettori di Damocle sulla testa.
Raccontare le storie di chi è lasciato fuori dall’inquadratura o lontano dai riflettori. Ecco tutto, per me.
Dopo tutto, scrivere ha qualcosa di eroico: significa dare battaglia al tempo spappolatore e al deserto che avanza. Una battaglia da nulla. Ognuno lo fa come può. Io lo faccio così: parlando di ciò che è marginale.
Mi è congeniale raccontare la vita dei marginali, o dei grandi dimenticati, o anche la vita dei protagonisti sulla breccia, ma prediligendo ciò che di marginale c’è in loro. Preferisco puntare sulle zone d’ombra, insomma.
Fin da piccino ho amato Ferenc Pintér, Flavio Costantini, Andrea Pazienza, Giandante.
Li amavo ancor prima di sapere di amarli. Ricordo che quando fuori pioveva, mi sdraiavo sul tappeto a sfogliare i libri illustrati. Tra i miei preferiti ce n’era uno intitolato Io e gli altri, con tantissime figure nelle quali le facce e le mani delle persone erano in bianco e nero, mentre il resto era a colori. Ricordo chiaramente che spesso ritornavo alla pagina dove c’era il ritratto di due uomini seri con gli occhi buoni, sembravano guardare proprio me e sotto c’era scritto: Sacco e Vanzetti. Osservavo tutte quelle immagini senza giudicare, come fanno i bambini. Non sapevo che stavo ammirando un’opera di Flavio Costantini.
Pintér lo scoprii nei miei viaggi verso la Toscana con la mia famiglia. Sostavamo in cima all’Appennino Tosco-Emiliano, a Tugo, la più bella stazione della Cisa, bellissima e ventosa. Mentre i miei genitori bevevano il caffè, io afferravo una merendina e andavo al girevole dei libri, per cercare le copertine che mi piacevano tanto (che poi erano tutte sue, di Pintér, ma io mica lo sapevo). La prima che amai fu quella dell’Esorcista: gialla e nera, liquida, molto paurosa. Dissi ai miei genitori che volevo comprare un libro. Risposero di sì, ma quando dissi il titolo sorrisero e proposero Peter Pan. Insistetti per L’Esorcista. Non giungemmo a un accordo. Tornai all’espositore, presi il volume, mi chinai furtivo e con il cuore in gola strappai la copertina, infilandomela sotto la maglietta. Uscii circospetto e, seduto sul limitare del parcheggio, mi misi ad ammirarla. All’improvviso, dietro di me, sentii papà chiamarmi. Sobbalzai per lo spavento e la copertina mi sfuggì dalle mani, il vento la trascinò oltre il parcheggio, nel prato. Mi girai e papà era lì, con il libro mutilato in mano. Mi disse di seguirlo. Entrammo nella stazione, mi portò alla cassa, mi diede dei soldi e mi disse: “Forza.” Chiesi scusa al cassiere e a occhi bassi pagai il libro. Uscimmo, papà buttò il volumetto mutilato nel cestino. Rientrammo in macchina. Mio fratello mi sorrise, mamma disse qualche rimprovero, ma senza severità. Mentre partivamo, guardai fuori, cercai la copertina, la vidi: era ancora lì nell’erba. Si muoveva leggermente. All’improvviso prese il volo, si allontanò roteando. Dopo qualche istante, la persi di vista. Sigh.
Anni dopo scrissi un saggio su Pintér. Ognuno si lecca le ferite come può.
Il mio primo libro è stato quello su Paz. L’idea era quella di raccogliere un cartiglio da regalare alla famiglia, manco mi sognavo di pubblicarlo. Col tempo ho abbandonato il progetto, perché tutti mi parlavano di eroina. Come facevo a darlo alla famiglia? E allora ecco arrivare il cassetto, ma poi, nel 2003 mi son detto: “Ma perché il cassetto? Che avrà mai di speciale, un cassetto? Io pubblico. Massì”. Seguirono fulgidi eccetera.
Il mio primo libro è stato quello su Paz. L’idea era quella di raccogliere un cartiglio da regalare alla famiglia, manco mi sognavo di pubblicarlo. Col tempo ho abbandonato il progetto, perché tutti mi parlavano di eroina. Come facevo a darlo alla famiglia? E allora ecco arrivare il cassetto, ma poi, nel 2003 mi son detto: “Ma perché il cassetto? Che avrà mai di speciale, un cassetto? Io pubblico. Massì”. Seguirono fulgidi eccetera.
Pubblicato Paz, mi son detto: “Insomma, pubblicare non è poi così impossibile. Massì”. Inoltre avevo sperimentato quanto la scrittura fosse divertente e terapeutica. E così ho continuato a farlo. E sono arrivati i ragazzi di Milieu, e perciò Giandante X, Flavio Costantini, Onorina Brambilla Pesce, la Nori e altre cosucce evocative.
Tutte figure colossali, di cui pochi si ricordano. Tutti giganti lontani dalla ribalta e dai riflettori. In termini turbocontemporanei: tutti perdenti, per un motivo o per l’altro. Ma meglio così. La ribalta ha qualcosa di degradante. Anche la vittoria e il successo hanno qualcosa di degradante: un uomo con le braccia al cielo, saltellante come una scimmia, non è uno spettacolo decoroso.
Nel momento in cui vinci, non sei più un uomo, sei propaganda.
Solo nella sconfitta si preserva l’umanità. La vittoria sarà pure esaltante, ma la sconfitta è interessante. Quando lotti per vincere, ma non hai ancora vinto, sei interessante. Quando lotti per vincere, e perdi, sei interessante. La vittoria è roba da piedistalli o da fermacarte. Solo la sconfitta rilancia la sfida della vita, spingendo la vittoria all’orizzonte.
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