lunedì 4 gennaio 2016

IL VERME

Indecente, è indecente questo senso di superiorità che provo
nei confronti dei vermi. Darwin ha scritto anche un saggio dal
titolo - Muffa vegetale e vermi della terra -, e Aristotele con un
guizzo di poesia li chiamava - intestini del suolo -. I vermi sono
calunniati, per dire a qualcuno che è uno smidollato si dice che
è un invertebrato, vi sembra carino? E nei film horror escono
fuori dalle orbite di un teschio per incuterci il terrore della morte.
Non è giusto! Devo fare un bagno di umiltà e non sentirmi più
superiore a niente, nemmeno a un verme. Tutto ciò che è toccato
dalla solitudine per me è sacro, e il verme solitario non fa che
ricordarmi la sacralità del verme. Anche l'universo è solo con
tutte le sue stelle, impotenti a colmare una solitudine così vasta.
Verme, verme fraterno, anche tu solo come me su questa
terra. Anche tu meriti la follia dell'amore, prima di essere
schiacciato senza pietà, anche solo per un attimo: l'amore.

domenica 3 gennaio 2016

LE COSE CHE SA ALESSANDRA

Alessandra, c'è una ragazza di nome Alessandra che pensa
di sapere delle cose, delle cose che possono farmi male!
E lei per pietà, per amicizia, per amore, non vuole dirmele!
Ci pensate? Ci pensate a quanti pensieri ci sono al mondo?
Lei frequenta una donna che nel passato ho corteggiato,
più per noia che per passione, e ora frequenta anche una
amica che conosce Valeria, la mia ex, la donna che ha vissuto
dieci anni vicino al mio apparato genitale. Queste frequentazioni
la portano a pensare che ora detiene un potere su di me,
il potere di farmi soffrire! Come sanno essere ridicole e
pettegole le donne. La donna che ho corteggiato è per
sempre archiviata nello schedario "piatti vacanti", piatti
vuoti, vale a dire tutte le donne che non mi hanno dato
nulla se non la propria nullità e il proprio vomito. Per quanto
riguarda Valeria il discorso è diverso, ma Valeria ora ha
la stessa consistenza dei fantasmi, e qualsiasi cosa
sappia Alessandra non può che essere fottuta nebbia.
Nebbia, nient'altro che nebbia. Ma Alessandra è pur
convinta di avere questo potere. Misteri della psiche
femminile! E si sente buona a non dirmi quello che sa,
si sente buona, non scema, come dovrebbe! L'unica
mia vera debolezza è la curiosità. Darei il culo per
sapere quello che sa Alessandra, darei il culo per una
particella di pettegolezzo. Ma il punto è proprio questo.
Tutto ciò che ci viene dall'esterno è pettegolezzo.
La verità abita dentro di noi. Solo dentro di noi.
Una volta che hai capito questo sei forte come un
macigno. E anche la tua verità non può abbatterti.
Anzi, ti fortifica. Bene, detto questo...Alessandra,
Alessandra mi senti? O mi dici subito tutto o quando
ti vedo ti prendo a calci in culo! Hai capito? Oddio,
sto sbagliando, no Ricky, smettila, smettila, non deve
fregartene nulla di quello che sa, tu sei un poeta.
Solo questo conta. Lei è una truccatrice. Lei trucca.
Tu vivi.

COME FRANKIE


Je m'accuse. Mi accuso di essere un incontinente, di scrivere
troppo, di fare troppi film, mosso unicamente da una angoscia
di morte pervasiva e delirante. Ma non ho orrore del vuoto,
al contrario, ho orrore del pieno, una vita piena è una vita da
mediocri, da ottusi, da esseri superficiali. Il vuoto è profondo.
Sono un uomo vuoto. E scrivo e filmo per svuotarmi ancora
di più, per arrivare all'essenza. Alla purezza del nulla. C'è tutta
una fisiologia dell'evacuazione spirituale dietro il mio lavoro.
Eiaculare e andare di corpo sono atti spirituali. Non sarò mai
stitico. Mai. Arrotolo le mie palline di merda e sono felice.
Sono innocente come un bambino che fa il male con innocenza.
Sono un mostro come Frankenstein che getta la bambina
nel fiume e non si rende conto di avere commesso un crimine.
Perché "Frankie" è puro come tutti i mostri. Siate mostri di
voi stessi. Non lasciate che la terra ricopra solo i vostri inutili
fronzoli. Donate ai vermi la prelibatezza di un cadavere
liberato, di un'anima infangata, siate vertigine sediziosa.
Je m'accuse!

sabato 2 gennaio 2016

MEDEA SU RICKY FARINA


“Tetano in agguato. Anche nella più banale delle poesie”:
riflessioni su ars vivendi  ed evoluzioni tricotiche di Ricky Farina.

Io solo al mondo, lo sai
godo di questo privilegio:
di vivere con te, di discorrere con te,
io odo la tua voce, 
anche se non vedo il tuo volto.
Euripide, Ippolito coronato, vv.83-sgg.


Ricky Farina è un “dio casalingo”, la sua poesia nasce nel grembo succoso di un monolocale che ha le pareti di carta velina. Il pavimento della sua casa-spelonca che vede consumarsi, amore dopo amore, la storia degli amplessi di una solitudine ubertosa-è una grande cassa di risonanza e lui è un musicista impreciso, un creatore fantasioso che impasta note stonate per creare sonate e variazioni, sarabande e adagi con un’unica materia a sua disposizione: la vita. 
Essa è creta rossa e nelle mani di Farina diventa ambrosia lucente dei cristi quotidiani, martiri guadenti agli incroci dell’esistenza.
Questa poesia nasce dall’inconveniente di venire al mondo, dal guardare con occhi di satanasso il proprio incedere e voluttuosamente dirlo:

“Mi guardo dentro solo quando voglio aprire gli occhi.
Temporali sommersi, alluvioni di sogni, parole di fango.
Trema il paesaggio dell'anima. La paura è il suo segno.
Madri dissanguate e ventri vuoti. Ebbro sentiero della
rivolta. La cieca felicità di toccarsi nell'intimo. Specchiarsi
nell'ignoto. Cercare come un pazzo il volto perduto.
Tenebre di formicai deliranti, la realtà diventa polvere.
Un macigno è cielo. L'aurora è buio disfatto”[1].

Uno scenario di celeste apocalisse è, dunque, volgere gli occhi all’anima e vedere: anelito strozzato, infinito perduto, coscienza della luce e incosciente desiderio di tenebrosa conoscenza. Viaggio tra cupe isole d’inconoscibile. Venute meno le Colonne d’Ercole, il limite non ha ragione d’essere e la radice è sempre più profonda e sanguigna (oltre che sanguinaria e sanguinante).

“Mai avesse voluto il cielo che la nave Argo/ avesse attraversato le scure Simplegadi”: così inizia la Medea di Euripide e così squarcia il corso degli accadimenti umani la tragica “apparizione” di Farina; essa è cammino eroticamente flessuoso tra “esercizi di disperazione”[2] che hanno “risultati alterni”[3], tanto che “a volte gli capita di essere persino felice e questo è fonte di turbamento”.
Farina è continua mutevolezza, umbratile e novembrino, carnevalesco e pungente. Uomo mestruato, il suo utero proteso davanti agli specchi delle sue masturbazioni è “un nido di cristallo” in cui egli cova il suo delirio e ammette: “la libertà è crudele/schiaccia i respiri/che non sanno essere/cielo”[4].

Ricky Farina aveva capelli intricati, riccioli mal tenuti a bada dai suoi cappelli “senza stagione”, era il dio del Panama  d’inverno: ma anche gli dei cambiano d’aspetto, si immergono nel cielo e diventano pioggia d’oro che ingravida le vergini, riemergono dall’abisso e sono sanguinari mostri che sgozzano sacerdoti santi.

Così, ora, il Poeta è calvo: in un dicembre di riviera, senza boschi in agguato, senza minacce di uccelli migratori, Farina si è rasato i capelli, ha sfidato le intemperie, ha sfidato la forza di Sansone, le lucciole morte e le mantidi assassine. La nudità dei suoi neuroni subisce il freddo delle albe che si svegliano sempre dopo la morte dell’incubo che gli ha tenuto compagnia: i suoi cuscini restano sepolcro odoroso di guerre e di vendette, di pianti e rapimenti, di estasi, di cosce e di capezzoli, di ferite e bocche. Le sue lenzuola sono la sacra sindone sulla quale è impressa la voragine scarlatta della sua Poesia.
Dai campi di grano che biondeggiano nelle sue pupille irraggiungibili, egli canta ai buchi di cielo e sono canti d’amore:

Una felicità di tempesta che ha nel
suo centro il tuo volto di creatura.
Santità della distanza che mi rende
martire dell'attesa, e ferocia di ogni
attimo che non è attimo di te.
Anche l'arcobaleno è una nevrosi.
Anche l'arcobaleno è di un colore solo.
Amore, parola che pronuncio nelle
braci della vergogna, amore.
Amore rivela la mia nudità sporca,
i miei sogni impastati nel fango,
un labirinto di cristallo in cui perdersi
è ancora più crudele, e mi alzo
in volo solo per precipitare con più
forza, per strappare alle radici
il loro segreto, vanità d'ombra che
mi schianta, e che mi fa dire "amore"
senza più vergogna, ora che sono
giunto al confine del nostro addio[5].

E allora Ricky Farina “vive, guardone, stravaccato in epidermici gratuiti turistici intrufolamenti nelle emozioni altrui”[6], e, in  questo suo “stravaccarsi”, comodo e scomposto, nelle vite degli altri è la sublime voracità del quid divino che in lui ha preso dimora.
Egli vive a sua dismisura: “Guardo fuori dalla finestra, c’è il candelabro rosso con la cera di una notte mai vissuta, e oltre il candelabro il traffico di una mattina di dicembre che prende forma tra i rami spogli. Brina, foschia, freddo, un trittico che seduce e ti fa amare i caloriferi di casa. Il tepore di avere un’anima domestica. Pigiama, pantofole, caffellatte, ed è quasi felicità, intima e universale, con i sogni ancora freschi di strage che sanguinano sulle ciglia illese. La vita, abbagliante enigma, il vero social, quello che ti fa vomitare, inseminare, e detergere i vetri prima del saluto finale. Non siamo tutti sulla stessa barca, non è vero. Siamo già in fondo all’abisso. E se le lampadine non sono ancora tutte fulminate questo non farà ritardare il temporale. C’è uno spazio elettrico, e uno spazio interiore. C’è l’inevitabile, e c’è il sospiro delle cose ancora possibili. L’ombra è caramellata. Senza speranza c’è più gioia”[7].

Resta un demone meridiano da domare, il “fuoco dei lombi”[8] delle sue notti peregrine, popolate di baci onirici e galline che starnazzano nell’aia del suo letto, caldo dei suoi respiri, disfatto dal suo corpo incandescente: è l’enigma della “femmina con l’universo sulle dita”[9], la trama che egli conosce a memoria.
E…
Non fa male questa notte e
questa scheggia di luna
nel cuore.
Non fa male se docile al pianto
il dolore è sete di un volto
perduto[10].




IL VOGATORE

Ho deciso, mi compro un vogatore e mi metto a vogare
in casa. Le cyclette sono sempre diventate degli ottimi
attaccapanni, ma con il vogatore sarà un'altra cosa. Lo 
giuro, lo giuro su Dio e sulla polvere. Lo giuro sull'amore.
Vogatore fa rima con amore. E remerò nella mia casa.
Non ho bisogno di fiumi, la mia vita scorre come un fiume.
Non ho bisogno di abissi, nel mio cuore vive l'abisso.
Diventerò tonico, sarò calvo e tonico come un Gin tonic.
E frizzante, diventerò un tipo frizzante. Calvo, tonico e
frizzante. Vivrò con una fetta di limone in bocca. Lo giuro.
Mi trasformerò in un Gin tonic vivente. E vogherò come
non ho mai vogato in vita mia. Vogherò sul tappeto.
E m'innamorerò come non mi sono mai innamorato in
vita mia. E sputerò la fetta di limone solo al primo bacio.

venerdì 1 gennaio 2016

RIFLESSIONI DI UN CALVO - IL FATTO QUOTIDIANO

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/01/riflessioni-di-un-calvo/2344366/

DIALOGO CON UNA DONNA APERTA

Uomo - Ti amo e voglio sposarti in chiesa -
Donna aperta - Anche io ti amo -
Uomo - Posso fissare la data del matrimonio? -
Donna aperta - Certo caro, ma devo dirti una cosa -
Uomo - Dimmi amore -
Donna aperta - Sono una donna aperta -
Uomo - In che senso cara? -
Donna aperta - Mi piacciono i cazzi -
Uomo - Scusa? -
Donna aperta - I cazzi -
Uomo - Vuoi dire quelle protuberanze che hanno gli uomini?-
Donna aperta - Esattamente -
Uomo - Quindi? -
Donna aperta - Quindi cosa? -
Uomo - Non c'è un quindi? -
Donna aperta - Per me no, per te? -
Uomo - Cazzo! -
Donna aperta - Cazzi! -
Uomo - Vuoi forse dirmi che oltre al mio cazzo
ritieni opportuno prendere anche altri cazzi? -
Donna aperta - Sì, ma non lo ritengo opportuno,
lo ritengo semplicemente divertente -
Uomo - Anche da sposata? -
Donna aperta - Sì -
Uomo - Questo potrebbe essere un problema -
Donna aperta - Perché? -
Uomo - Perché? Mi domandi perché? -
Donna aperta - Sì, te lo domando -
Uomo - E la fedeltà? -
Donna aperta - La fedeltà tu la misuri con i cazzi? -
Uomo - Certo! -
Donna aperta - E non ti sembra una fedeltà del cazzo? -
Uomo - Sei una zoccola! -
Donna aperta - No, amo la vita -
Uomo - E l'amore per la vita tu lo misuri con i cazzi? -
Donna aperta - Anche -
Uomo - E non ti sembra un amore del cazzo? -
Donna aperta - Oh sì! -
Uomo - Quindi? -
Donna aperta - Quindi cosa? -
Uomo - Quindi il mio ruolo sarebbe quello del cazzo
matrimoniale? -
Donna aperta - Sei tu che vuoi sposarmi, comunque
saresti il cazzo principale -
Uomo - Ah, il cazzo principale? -
Donna aperta - Certo, ti amo tesoro -
Uomo - Però non vuoi rinunciare ai cazzi secondari! -
Donna aperta - Esattamente -
Uomo - Perché? -
Donna aperta - Perché amo i cazzi -
Uomo - Questo è un circolo vizioso -
Donna aperta - Forse , ma tu mi ami? -
Uomo - Purtroppo sì -
Donna aperta - Allora ama anche la mia voglia di cazzi -
Uomo - Non è facile -
Donna aperta - Sono fatta così e fotto così -
Uomo - Ora sei volgare -
Donna aperta - No, sono una donna libera -
Uomo - E dovrei sposare anche la tua libertà?
Donna aperta - Sì, se mi ami -
Uomo - Ti amo -
Donna aperta - Quindi? -
Uomo - Quindi ti sposo -
Donna aperta - Amore! -
Uomo - In fondo se tu non amassi i cazzi non ameresti
nemmeno il mio! -
Donna aperta - Esatto -
Uomo - W le zoccole! -
Donna aperta - Ma certo, w le zoccole! -
Uomo - Vado a dirlo alla mamma! -
Donna aperta - Che? -
Uomo - Che ci sposiamo e che sei una zoccola -
Donna aperta - Bene -
Uomo - Ti amo -
Donna aperta - Smack -